Il broker potrà dare vita a veicoli riassicurativi sostenuti da capitale esterno, ma non possederli né capitalizzarli. Le regole arrivano dopo che, a settembre, al Rendez-Vous di Monte Carlo è emerso il piano di Aon con Blackstone.
Le strutture riassicurative organizzate dai broker e sostenute da capitale esterno avranno ai Lloyd’s un quadro di regole proprio, in vigore dal 1° gennaio 2027. Il market bulletin Y5493 del 16 ottobre, firmato da Rachel Turk, Chief of Performance & Strategy, consente al broker di organizzarle ma non di possederle né di capitalizzarle, e fissa un tetto iniziale del 10% alla quota del suo portafoglio trattati che può confluirvi. L’obiettivo è sostenerne la crescita senza allentare la disciplina di sottoscrizione e proteggendo il Central Fund, il fondo comune di garanzia del mercato.
Facility in crescita, con l’àncora del 95% di combined ratio
«La crescita delle facility dei broker e delle soluzioni con capitale di terzi ha creato un’opportunità emergente per portafogli riassicurativi guidati dai broker e sostenuti da capitale esterno», scrive Turk. «Ci aspettiamo che la domanda per queste strutture aumenti».
Ogni struttura dovrà dimostrare di essere in linea con l’obiettivo di combined ratio netto del 95% lungo il ciclo, attorno a cui il quadro è costruito. Nel primo semestre 2026 i Lloyd’s hanno chiuso con un combined ratio del 90,8%, dal 92,5% di un anno prima, su 34,7 miliardi di sterline di premi lordi. Il dato sottostante è però salito all’84,0% dall’82,1%, per il calo dei tassi corretti per il rischio.
Il percorso è quello di qualsiasi nuovo entrante: processo standard di approvazione, regole e tempi ordinari di allocazione del capitale, sorveglianza continua. Come per tutto il business del mercato, i piani annuali e le eventuali modifiche in corso d’anno restano soggetti all’approvazione dei Lloyd’s.
Il broker organizza, il capitale lo mettono altri
Sulla proprietà la regola è netta: il broker non può essere proprietario delle strutture né metterci capitale. Almeno il 19,99% del capitale deve venire dal membro legato al managing agent, cioè quello che appartiene alla stessa proprietà economica del managing agent.
Il tetto del 10% del portafoglio trattati di ciascun broker è una propensione al rischio iniziale, valida per tutto il mercato. Almeno il 25% della capacità deve poi arrivare dai riassicuratori leader, con un panel concordato dal managing agent.
Alla struttura tutto il portafoglio, oppure niente
Una volta fissata la quota di cessione, la compagnia cedente deve trasferire alla struttura tutto il proprio portafoglio ammissibile collocato con quel broker, oppure niente. Sono fuori perimetro, fra gli altri, fronting carrier ibridi, MGU e legacy provider. Questi requisiti, insieme alla quota minima dei leader, servono a mitigare i rischi di concentrazione e di antiselezione.
I Lloyd’s si aspettano inoltre che la cedente partecipi alle efficienze operative e di capitale generate dalla struttura, attraverso un «client dividend».
Il managing agent deve saper contestare il broker
Il managing agent deve avere solide competenze di pricing riassicurativo, esperienza già maturata nelle soluzioni di portafoglio e un accesso ai dati sufficiente a «validare, verificare e contestare» le ipotesi del broker. Il broker deve poter fornirgli i dati almeno ogni mese, con dashboard, report sulle eccezioni e dettaglio per singolo contratto. Ai Lloyd’s i dati vanno almeno ogni trimestre, nell’ambito di un confronto regolare. I paletti obbligatori su governance, sottoscrizione e gestione del portafoglio si concordano con i Lloyd’s e si fissano nel contratto fra fornitore di capitale e managing agent.
Entro il terzo anno la struttura dovrà raggiungere un’«indexation» di almeno il 70%. Se non ci arriva, i Lloyd’s e il managing agent concorderanno i passi successivi, che possono arrivare fino alla chiusura.
Il piano di Aon e Blackstone emerso a Monte Carlo
Il quadro vale per tutte le strutture di questo tipo che chiederanno di operare ai Lloyd’s. Arriva poco più di un mese dopo il Rendez-Vous di Monte Carlo, dove a settembre è emerso il piano di Aon con Blackstone. Il 10 settembre, alla KBW Insurance Conference, il CEO di Aon Greg Case ne ha parlato in pubblico: l’operazione passerà dai Lloyd’s attraverso un sindacato, e Blackstone entrerà prendendo una quota del portafoglio riassicurativo collocato da Aon, con condizioni di favore per i clienti su più anni. «Non possederemo il sindacato. Aon non vuole farlo», ha detto Case. Ha ammesso che l’operazione potrebbe ancora non andare in porto, ma si è detto «a un passo» dal concluderla.
Secondo i termini circolati sulla stampa specializzata della riassicurazione, che né Aon né Blackstone hanno confermato, il veicolo si chiama Cortina e seguirà i leader con una quota del 3% sui trattati catastrofali globali collocati da Aon e del 5% sul resto del portafoglio trattati, esclusi vita e retrocessione. Alle cedenti, sempre secondo quelle ricostruzioni, offrirà capacità per tre anni con uno sconto di circa il 5% sui termini fissati dai riassicuratori leader approvati per ciascun programma. Il capitale dei fondi gestiti da Blackstone arriverà a circa 500 milioni di dollari con la piena adesione delle cedenti: una cifra che dipende dalla domanda e va letta come tetto indicativo.
Già a settembre, secondo la stessa stampa, i riassicuratori avevano reagito in maggioranza in modo negativo. Due i timori: affari sottratti al mercato tradizionale quando i prezzi sono già in calo, e un broker che indirizza i premi dei propri clienti verso un fornitore di capitale con cui ha rapporti commerciali. Aon, dal canto suo, sostiene che i clienti si aspettano dal broker che prenda in considerazione «tutte le forme di capitale disponibili» per sostenere la loro crescita.
Dal caso Berkshire del 2013 al «client dividend» di Aon
Sul mercato londinese un precedente legato ad Aon c’è già, in assicurazione diretta e non nella riassicurazione dei trattati. Nel 2013 Berkshire Hathaway accettò di prendere il 7,5% dei collocamenti retail di Aon sul mercato londinese con partecipazione dei Lloyd’s, seguendo i termini del leader. I Lloyd’s reagirono con cautela. In un’email a tutti i sindacati Tom Bolt, allora director of performance management, avvertì chi valutava accordi simili con i broker che, «poiché questi accordi comportano una delega dell’autorità di sottoscrizione al broker», i Lloyd’s li consideravano binding authority, da registrare prima della decorrenza. Il presidente di allora, John Nelson, mise in guardia il mercato: «la sottoscrizione alla cieca dei fondi tracker, se si diffonde, danneggerà il bacino di competenze e di diversità di sottoscrizione disponibile nel mercato […]».
Anche l’espressione «client dividend» circola già ai Lloyd’s. Aon la usa per l’Aon Client Treaty, la facility avviata nel 2016 con un panel di soli sindacati dei Lloyd’s: lì indica una riduzione di prezzo dell’1,5% sui termini del leader approvato, per la quota di premio collocata tramite la facility. Dal 2016 vi sono passati oltre 4,2 miliardi di dollari di premi lordi.
Nel 2013 i Lloyd’s avevano ricondotto alle binding authority gli accordi di quel tipo fra sindacati e broker. Per la riassicurazione organizzata dai broker hanno scritto invece un quadro apposito, con un tetto, una verifica entro il terzo anno e una regola di fondo: il broker può organizzare la struttura, non possederla né capitalizzarla.










