Il mercato assicurativo italiano sta vivendo una fase di profonda trasformazione e i numeri presentati martedì 20 ottobre a Roma, presso l’Hotel Metropole, in occasione dell’incontro della Delegazione Centro AIBA, offrono una fotografia tanto chiara quanto spietata della nostra professione. Attraverso l’analisi e le dichiarazioni del presidente Flavio Sestilli, emerse durante i lavori, la nostra missione come BrokerChannel è guardare oltre la superficie per sviscerare le reali dinamiche che guidano il settore. I dati proiettati in sala raccontano una storia di enorme concentrazione, di un ricambio generazionale che fatica a decollare e di una richiesta di competenze tecniche senza precedenti.
I veri numeri del mercato: pochi attori, volumi enormi
Partiamo dalla struttura demografica e operativa del nostro comparto. Gli iscritti alla sezione B del RUI sono oggi 5.821, con un’età media preoccupante di circa 57 anni e una presenza femminile ancora marginale, ferma al 18% con sole 739 professioniste. Ma il dato che deve far riflettere, ben evidenziato nelle slide dell’evento romano, è un altro. Gli operatori effettivi sul mercato sono 2.421, suddivisi tra 1.655 società e 766 ditte individuali.
Tuttavia il peso specifico non è distribuito uniformemente. Basti pensare che i 910 Associati AIBA intermediano da soli circa il 75% dei volumi totali. Questo conferma un’assoluta concentrazione del mercato dove un numero relativamente ristretto di broker gestisce una mole enorme di premi.
C’è poi il tema dei giovani. I dati AIBA mostrano un dato all’apparenza trionfale, ovvero una crescita del 63% dei broker under 40 nel periodo 2021-2025. Ma l’analisi va calata nella realtà e, come ha sottolineato lo stesso Sestilli, in termini assoluti parliamo di appena una sessantina di giovani professionisti. Una percentuale di crescita a doppia cifra che nasconde una base numerica di partenza quasi inesistente. Il ricambio generazionale è un’emergenza, non una tendenza consolidata.
Il dominio incontrastato nei rami danni aziendali
Il peso del brokeraggio emerge in tutta la sua forza quando analizziamo i volumi intermediati. Su una previsione di produzione assicurativa nazionale per il 2025 di ben 182 miliardi di euro, il fatturato complessivamente sviluppato dal brokeraggio in Italia supera i 23 miliardi, pari al 12,7% della produzione complessiva.
Se nel comparto Vita, che cuberà circa 131 miliardi, l’incidenza del broker è fisiologicamente bassa fermandosi a 2,3 miliardi, è nei rami Danni che la nostra professione dimostra di essere l’architrave del sistema economico. Su oltre 51 miliardi di raccolta Danni, il broker gestisce quasi 21 miliardi, pari a circa il 41% dei premi totali. Il dato più eclatante arriva però depurando il calcolo dalle polizze auto: al netto del comparto motor, i broker negoziano circa il 67% della produzione. Due polizze danni non auto su tre in Italia passano dalle mani di un broker. Questo significa che l’intero tessuto industriale e commerciale del Paese affida la propria stabilità finanziaria alla nostra consulenza.
Rischi del futuro e la centralità della competenza tecnica
Questa immensa responsabilità ci porta al cuore della riflessione condivisa durante la riunione della Delegazione Centro. Viviamo in un mondo iperconnesso, dove la classica assicurazione del capannone non è più sufficiente a garantire la continuità aziendale. Le merci che vengono prodotte oggi attraversano catene di approvvigionamento globali e devono essere assicurate per rischi complessi legati al trasporto, alla Responsabilità Civile Prodotti, al furto, fino ai danni da interruzione di esercizio qualora non vengano consegnate nei tempi previsti.
La richiesta assicurativa odierna è sideralmente diversa da quella di un decennio fa. Siamo passati dalla vendita della classica polizza incendio a rischi nominati, arricchita da un malloppo di garanzie accessorie, all’era delle coperture All Risks, per poi focalizzarci sempre di più sui delicati rami della Responsabilità Civile e degli Infortuni.
Oggi il vero broker deve lavorare per i rischi del futuro. Cyber security, supply chain disruption, cambiamenti climatici e responsabilità degli amministratori sono i nuovi terreni di scontro. Questa evoluzione rappresenta una straordinaria opportunità di business e di accreditamento professionale, ma lancia anche un monito severo. Saper piazzare un rischio oggi richiede un livello di competenza tecnica, giuridica e di risk management che non ammette improvvisazioni.
Se vogliamo continuare a gestire quel 67% del mercato corporate e proteggere il sistema produttivo italiano, dobbiamo investire in formazione e attrarre nuovi talenti, superando lo scoglio di un’età media di 57 anni. Il mercato è pronto a premiare l’eccellenza, ma non farà sconti a chi rimarrà ancorato ai modelli del passato.










