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Clima, degrado degli ecosistemi e assicurabilità: il warning del WWF

BrokerChannel.it di BrokerChannel.it
17/04/2026
A A
Protection Gap wwf

Il white paper del WWF dedicato alle economie avanzate affronta il gap di protezione assicurativa con un’impostazione che interessa direttamente il mercato: non lo tratta come un semplice scarto tra perdite economiche e perdite assicurate, ma come un indicatore della tenuta complessiva di famiglie, imprese, territori e finanza pubblica. La tesi di fondo è netta: il cambiamento climatico e il deterioramento degli ecosistemi non stanno soltanto aumentando la frequenza e la severità degli eventi estremi, ma stanno anche erodendo i presupposti tecnici su cui si reggono mutualizzazione, pricing e capacità assuntiva.

Un gap che smette di essere statistica e diventa rischio sistemico

Nel documento, il protection gap è definito come la differenza tra le perdite economiche complessive e la quota di quelle perdite coperta dall’assicurazione. È una definizione apparentemente lineare, ma il suo significato operativo è assai più ampio: quando la porzione non assicurata cresce, il costo residuo non scompare, si trasferisce. Va sui bilanci delle famiglie, sulla liquidità delle imprese, sulla continuità di filiera, sul credito e, in ultima istanza, sulla spesa pubblica.

È in questo passaggio che il tema esce dal perimetro strettamente assicurativo. Il WWF osserva che, nelle economie avanzate, il divario medio annuo è già di dimensioni rilevanti: circa 64 miliardi di dollari negli Stati Uniti nel periodo 2021-2024 e 59 miliardi di euro nell’Unione europea nel triennio 2021-2023. Non si tratta quindi di una falla marginale del sistema, ma di una pressione crescente sulla capacità delle economie mature di assorbire e redistribuire il danno.

Quando il rischio fisico eccede i modelli tradizionali

Il punto più delicato del rapporto riguarda l’assicurabilità. Il settore assicurativo funziona quando il rischio è osservabile, modellizzabile, sufficientemente diversificabile e trasferibile a un premio sostenibile per il cliente e coerente con il capitale assorbito dall’impresa. Il problema è che il rischio climatico, soprattutto quando si combina con la perdita di capitale naturale, tende a incrinare tutte queste condizioni insieme.

La storicità dei dati perde capacità predittiva, gli eventi si correlano su aree geografiche più vaste, gli accumuli diventano più difficili da gestire, la riassicurazione irrigidisce condizioni e prezzi e la segmentazione tecnica del portafoglio si fa inevitabilmente più selettiva. In altre parole, il mercato non sta semplicemente “prezzando di più” lo stesso rischio: sta cercando di amministrare un rischio che cambia struttura. 

Premi in rialzo, capacità più selettiva, coperture più fragili

Il white paper riporta segnali di mercato ormai inequivoci. Nel Regno Unito il costo medio dei sinistri da eventi meteorologici è aumentato del 73% tra il 2018 e il 2023; negli Stati Uniti i premi homeowners sono cresciuti in media del 38% tra il 2019 e il 2024, quasi il doppio dell’inflazione; in Australia una quota significativa di proprietari di abitazione destina al premio annuale oltre un mese di reddito. Sono numeri che descrivono bene il punto di rottura tra adeguatezza tecnica del premio e sostenibilità commerciale della copertura. 

Quando questa frizione si accentua, il mercato reagisce con gli strumenti che gli sono propri: repricing, riduzione delle estensioni, aumento di scoperti e franchigie, maggiore selezione in underwriting, fino alla non rinnovazione o al ritiro da determinate aree o classi di rischio. È qui che il protection gap si allarga non solo in valore assoluto, per effetto dell’aumento delle perdite, ma anche in termini relativi, perché una quota crescente di esposizioni resta fuori dal perimetro di copertura.

Non è solo property: il contagio ai rami salute, liability e business interruption

Uno dei meriti principali del paper è evitare una lettura riduttiva del fenomeno confinata al property. Il deterioramento del quadro climatico e ambientale produce effetti trasversali che si propagano anche ad altri rami danni e, più in generale, al profilo di rischio delle imprese.

La responsabilità civile è esposta all’aumento del contenzioso climatico; il business interruption sconta l’amplificazione delle interruzioni legate a infrastrutture e supply chain, spesso non coperte o coperte solo in parte; il comparto agricolo resta sotto pressione per la crescente volatilità della produzione; la salute registra impatti indiretti attraverso mortalità, produttività e costi sanitari; le infrastrutture pubbliche e gli asset naturali continuano a presentare aree ampie di scopertura o di autoassicurazione di fatto. Il risultato è una trasmissione del rischio fisico ben oltre il perimetro delle polizze property.

La natura come infrastruttura di protezione, non come variabile accessoria

Il contributo più originale del documento sta probabilmente qui. Il WWF insiste sul fatto che la natura non debba essere letta come cornice esterna al rischio, ma come componente attiva della resilienza. Zone umide, foreste, mangrovie, pianure alluvionali e coperture vegetali sane svolgono una funzione di attenuazione dell’evento: rallentano il deflusso, stabilizzano i suoli, riducono l’erosione, mitigano l’effetto delle mareggiate e abbassano le temperature nelle aree urbane.

Specularmente, quando questi sistemi si degradano, aumenta la vulnerabilità dei territori e si riduce la capacità di assorbire gli shock. Il white paper richiama un dato particolarmente eloquente: in aree colpite da deforestazione diffusa, il rischio di grandi alluvioni può aumentare fino al 700%. Nella stessa logica si inserisce l’esempio delle foreste protettive svizzere, la cui funzione difensiva è stimata in circa 4 miliardi di franchi all’anno e che, nel lungo periodo, possono risultare fino a 25 volte più efficienti di misure tecniche equivalenti. Per il mercato assicurativo è un passaggio rilevante, perché suggerisce di considerare il capitale naturale non come tema reputazionale, ma come variabile economica del rischio.

Il conto si sposta su famiglie, imprese, credito e finanza pubblica

Quando la copertura si restringe o si fa economicamente insostenibile, gli effetti si vedono rapidamente fuori dal settore. Il rapporto sottolinea il legame tra disponibilità di assicurazione e accesso al credito: se un immobile o un’attività non sono assicurabili a condizioni ragionevoli, si complica la concessione di mutui e finanziamenti. L’assicurazione, in questo senso, non è solo un meccanismo di indennizzo, ma un’infrastruttura abilitante per l’economia reale.

Lo stesso vale per la competitività delle imprese. Un programma assicurativo più costoso, più frammentato o incompleto può tradursi in maggiore assorbimento di capitale, minore bancabilità, ricostruzioni più lente e un profilo di continuità operativa più fragile. Sul piano sociale, il gap di protezione tende inoltre a colpire in modo più severo i segmenti già vulnerabili, ampliando le disuguaglianze patrimoniali e territoriali. E sul versante pubblico, la porzione di danno che non viene trasferita al mercato si converte in spesa emergenziale, sostegno alla ricostruzione, investimenti forzati in prevenzione e, spesso, in ulteriore pressione sul debito.

Le risposte di policy: adattamento, incentivi corretti e partenariati pubblico-privati

Il paper riconosce che governi, autorità di vigilanza e banche centrali stanno reagendo: schemi pubblico-privati, obblighi assicurativi, interventi sulla trasparenza del rischio, mappature di pericolosità, aggiornamento dei codici edilizi, politiche di adattamento e misure di prevenzione. Ma l’avvertenza del WWF è chiara: se queste iniziative non si accompagnano alla riduzione delle emissioni e alla protezione degli ecosistemi, il sistema continuerà a rincorrere un rischio che cresce più in fretta della capacità di finanziarlo. 

C’è poi un tema delicatissimo di equilibrio regolamentare. Da un lato, il premio deve conservare una funzione segnaletica e riflettere il rischio reale; dall’altro, una traslazione integrale del rischio sul prezzo può rendere la copertura indisponibile proprio nelle aree che ne avrebbero più bisogno. È qui che la progettazione degli schemi pubblici, degli incentivi alla prevenzione e delle regole di mercato diventa decisiva: un sostegno mal disegnato sterilizza il segnale di rischio, uno ben disegnato può invece accompagnare investimenti di adattamento e mantenere aperto il canale assicurativo.

Dalla distribuzione del rischio alla costruzione della resilienza

Per il brokeraggio e per il risk management il messaggio è inequivocabile: la qualità del collocamento resta centrale, ma non basta più a esaurire il valore professionale. In un contesto in cui underwriting, riassicurazione e capitale diventano più sensibili alla qualità dell’esposizione, cresce il peso della consulenza che sa leggere la vulnerabilità reale del cliente, mappare le dipendenze di filiera, verificare la congruità dei valori, interrogare le esclusioni di business interruption, raccordare trasferimento del rischio e investimenti di prevenzione.

È una trasformazione che sposta il baricentro dalla semplice intermediazione della polizza alla costruzione di resilienza assicurabile. Non come formula retorica, ma come necessità tecnica: perché il rischio fisico che cambia, se non viene affrontato anche sul terreno dell’adattamento e della protezione dei territori, finisce per comprimere capacità, allargare scoperture e rendere più instabile la relazione tra assicurazione, credito e sviluppo economico. Ed è precisamente questo il punto che il white paper del WWF mette sul tavolo con maggiore forza: il protection gap non è più un tema laterale della statistica assicurativa, ma una variabile strategica dell’economia contemporanea.

Scarica il white paper “Tackling the Insurance Protection Gap: leveraging climate and nature to increase resilience“

Tags: assicurabilitàBroker Assicurativicambiamento climaticogap di protezione assicurativaresilienzarischio climaticoRisk ManagementWWF
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