Il mercato danni italiano accelera, in un contesto globale che rallenta
C’è qualcosa di paradossale nel quadro che emerge dall’Allianz Global Insurance Report 2026, pubblicato lo scorso maggio. A livello mondiale, il settore assicurativo sta attraversando una fase di raffreddamento dopo anni di crescita straordinaria. I premi globali sono saliti del 7,1% nel 2025, raggiungendo i 6.900 miliardi di euro, ma le previsioni per il decennio successivo parlano di un tasso annuo del 5,3%, più contenuto rispetto ai picchi recenti. Il segmento danni, in particolare, mostra già i segni di questa normalizzazione: dopo il +8,5% del 2024, nel 2025 la crescita globale si è fermata al +3,8%, schiacciata dalla maturazione dei cicli di pricing e dalla stabilizzazione dell’inflazione dei sinistri.
L’Italia, però, racconta una storia diversa. E più interessante.
Il mercato assicurativo italiano ha chiuso il 2025 con una raccolta premi complessiva di 176 miliardi di euro, segnando una crescita del +7,1%. Il ramo danni ha fatto la sua parte con un robusto +6,4%, significativamente al di sopra della media globale di settore e in linea con la migliore performance dell’Europa occidentale, che nel suo insieme si è attestata al +5,3%. Non si tratta di un’accelerazione congiunturale. È la fotografia di un mercato strutturalmente sottopenetrato che comincia, finalmente, a colmare i propri ritardi.
Il decennio davanti: crescita reale ma ancora insufficiente
Le proiezioni di Allianz Research per il periodo 2026-2036 assegnano all’Italia una crescita annua composta del +3,2%, superiore al PIL nominale atteso del +2,5%. Per il comparto danni specificamente, la stima sale al +3,6% annuo. Numeri che, letti in modo superficiale, potrebbero sembrare rassicuranti. In realtà, per chi conosce il settore dall’interno, sono la conferma di una sfida ancora aperta.
L’Italia rimane uno dei mercati assicurativi più sottopenetrati d’Europa. Il rapporto tra premi e PIL è ancora lontano dalle medie dei principali paesi occidentali. Questo significa che la crescita attesa non è il segnale di un mercato maturo e dinamico, ma piuttosto il recupero lento di un gap di protezione che dovrebbe preoccupare profondamente non solo gli operatori del settore, ma l’intero sistema economico del paese.
I dati del primo trimestre 2026 confermano comunque la traiettoria positiva: i premi danni sono cresciuti del +4,4% rispetto allo stesso periodo del 2025, raggiungendo 13,6 miliardi di euro. Interessante notare come la componente non-auto abbia segnato un +3,4% mentre l’auto ha sovraperformato con un +6,0%, complici le tensioni sul costo dei sinistri e i repricing già avviati negli anni precedenti.
L’auto tiene, ma il futuro si chiama non-motor
Per anni il ramo auto ha dettato le sorti del mercato danni italiano. Oggi questa centralità è sempre meno incontestata. Il repricing dei premi RC Auto, che ha trainato la crescita del settore nell’ultimo biennio, sta esaurendo la propria spinta. AM Best, nel suo report di maggio 2026, prevede che la fase di accelerazione tariffaria sul motor si stia moderando, anche se il ramo continua a rappresentare circa il 40% dei premi danni complessivi.
A prendere il comando è il non-motor, con premi cresciuti del +7,1% nel 2025, contro il +5,6% del segmento auto. Una dinamica che non stupisce chi lavora ogni giorno a stretto contatto con le imprese: la domanda di protezione su property, liability, cyber e salute aziendale è in forte espansione, alimentata da una maggiore consapevolezza dei rischi e, sempre più, da spinte normative che trasformano il bisogno di copertura da volontario a obbligatorio.
Vale la pena soffermarsi su un numero che fotografa bene il potenziale inespresso: meno del 10% delle imprese italiane è oggi dotato di una copertura cyber dedicata. In un paese in cui il costo medio di un attacco informatico per una PMI supera i 95.000 euro, con punte oltre i 300.000 euro nei casi più gravi, questa è una lacuna che non può essere ignorata. Le normative europee NIS2 e DORA stanno trasformando la compliance digitale da obbligo burocratico a driver reale di domanda assicurativa. Chi saprà presidiare questo segmento con competenza tecnica e capacità consulenziale avrà in mano una delle opportunità più significative del decennio.
La svolta CatNat: un mercato che si apre per legge
Se c’è un’innovazione normativa destinata a segnare il mercato danni italiano nei prossimi anni, è l’obbligo assicurativo per le catastrofi naturali introdotto dalla Legge di Bilancio 2024 e reso pienamente operativo nel corso del 2025-2026. Tutte le imprese con sede legale o stabile organizzazione in Italia, iscritte al Registro delle Imprese, sono ora tenute a dotarsi di una polizza contro i danni da sismi, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni. La copertura riguarda terreni, fabbricati, impianti, macchinari e attrezzature industriali.
Le scadenze sono state scaglionate per dimensione aziendale: le grandi imprese avevano tempo fino al marzo 2025, le medie fino a settembre 2025, le piccole e microimprese fino a fine 2025 o marzo 2026 per i settori turistico-ricettivo e della pesca. L’inadempienza comporta la perdita dell’accesso a contributi pubblici, sovvenzioni e agevolazioni finanziarie, una leva sanzionatoria non banale.
Dietro questa norma c’è una scelta politica precisa: spostare il costo economico delle calamità naturali dalla spesa pubblica al mercato privato. L’Italia è esposta su tutto il territorio a rischi sismici e idrogeologici di primissimo ordine, eppure la penetrazione assicurativa su questi rischi è sempre stata marginale. La norma cambia il paradigma in modo strutturale. AM Best stima che il nuovo regime genererà un incremento di premi nel settore non-vita nell’ordine di una singola cifra percentuale, ma l’impatto più rilevante è sul piano qualitativo: si aprono portafogli prima inesistenti, si crea domanda per prodotti nuovi, si dischiude uno spazio enorme per l’attività consulenziale dei broker.
L’equazione è semplice eppure ancora poco esplorata: milioni di PMI italiane che fino a ieri non sapevano di avere questo obbligo, o che non sanno come adempiervi correttamente, rappresentano interlocutori naturali per chi fa intermediazione professionale. Non come meri venditori di polizze, ma come consulenti in grado di analizzare l’esposizione reale dell’azienda, definire i valori assicurabili, strutturare la copertura in modo coerente con il profilo di rischio specifico.
La salute accelera. E non si fermerà
Il segmento più dinamico dell’intero mercato assicurativo italiano è, senza discussioni, la salute. Nel 2025, i premi hanno segnato un +12,8%, quarto anno consecutivo di crescita a doppia cifra. Allianz Research prevede che questo ritmo prosegua con un CAGR del +7,6% annuo fino al 2036, il tasso più elevato tra tutti i rami del mercato italiano.
I motori di questa crescita sono ben noti: invecchiamento demografico, aumento dei costi sanitari, pressione crescente sul Servizio Sanitario Nazionale, domanda di servizi e prevenzione che va ben oltre il rimborso delle spese mediche. Quello che però stupisce, pur avendo operato a lungo in questo settore, è la forbice tra domanda potenziale ed effettiva penetrazione. Nel 2024, solo il 3,4% della spesa sanitaria totale in Italia è stata intermediata da fondi sanitari e compagnie assicurative. Più di un italiano su cinque è coperto da polizze collettive, ma il 77% degli assicurati rimane scoperto nei segmenti vita, infortuni e salute. Dati che fanno capire quanto spazio ci sia ancora da presidiare.
Il protection gap come opportunità: il ruolo strategico del broker
Rileggendo tutti questi dati attraverso la lente del brokeraggio, emerge un quadro che non può lasciare indifferenti. L’Italia è un paese strutturalmente sottoassicurato rispetto ai propri peers europei. Questo non è un problema del settore assicurativo: è un problema del sistema-paese. Ma è anche, al tempo stesso, la più grande opportunità commerciale e professionale che il mercato offra nei prossimi dieci anni.
Il gap tra rischio reale e copertura assicurativa si chiude solo con la cultura, la consulenza e la fiducia. Tre ingredienti che il canale agenziale tradizionale non ha sempre saputo garantire nella misura necessaria, e che il canale diretto non è strutturalmente in grado di offrire. Il broker, invece, è il soggetto naturalmente chiamato a presidiare questa transizione: conosce il rischio, conosce il mercato della capacità, sa costruire programmi assicurativi complessi e sa dialogare con le imprese con un linguaggio da pari a pari.
Le previsioni indicano che il mercato dell’intermediazione assicurativa crescerà a un CAGR del 9,31% fino al 2031 nel segmento privato. Un numero che, sommato all’esplosione della domanda istituzionale trainata dagli obblighi CatNat, dalla cyber e dall’evoluzione del welfare sanitario aziendale, disegna un orizzonte di crescita solido e reale per chi è in grado di coglierlo.
La partita si gioca sulla competenza
Il mercato danni italiano nei prossimi anni crescerà. Su questo non ci sono dubbi. Ma non crescerà da solo, né crescerà in modo uniforme. Cresceranno i segmenti dove la domanda è compressa da ignoranza, complessità o mancanza di interlocutori qualificati. Cresceranno le compagnie e i broker capaci di parlare il linguaggio del rischio con le imprese. Cresceranno quei professionisti che sapranno trasformare i nuovi obblighi normativi in conversazioni di valore con i propri clienti, anziché in mere pratiche burocratiche.
Il decennio che si apre è, per il brokeraggio italiano, un’occasione storica. Non sarà vinta da chi ha la rete più grande o il marchio più noto. Sarà vinta da chi avrà la competenza, la credibilità e il coraggio di andare in profondità, là dove gli altri si fermano in superficie.
E questa, in fondo, è esattamente la ragione per cui BrokerChannel esiste.










