Ogni estate il Mediterraneo brucia. Nel 2024, secondo i dati del Sistema Europeo di Informazione sugli Incendi Boschivi (EFFIS), le fiamme hanno divorato circa 419.000 ettari in Europa. Di questi, oltre 51.000 si trovavano in Italia, concentrati principalmente in Sicilia e Calabria. Non si tratta di un’anomalia stagionale, ma di una tendenza strutturale che si aggrava con il cambiamento climatico e che, fino ad oggi, il sistema finanziario e assicurativo italiano ha affrontato con strumenti approssimativi, mappe a bassa risoluzione e una regolamentazione di fatto assente.
A colmare almeno in parte questo vuoto conoscitivo arriva uno studio pubblicato in giugno 2026 dalla Banca d’Italia, firmato da ricercatori di Palazzo Koch e della Fondazione CIMA (Centro Internazionale in Monitoraggio Ambientale). Il documento, catalogato come Questioni di Economia e Finanza n. 1015, porta un titolo asciutto ma dalla portata dirompente: “Economic Exposure to Wildfires: A Firm-Level Analysis Based on Innovative Hazard Mapping in Italy”. È il primo tentativo sistematico, a livello italiano, di incrociare la localizzazione geografica delle imprese con mappe di pericolosità degli incendi boschivi ad alta risoluzione, 500 per 500 metri per pixel, una granularità venticinque volte superiore a quella degli studi precedenti. Per chi lavora nel mondo del brokeraggio e del risk management, questo documento non è solo letteratura accademica. È una bussola per capire dove si trova l’esposizione reale.
I Numeri dell’Esposizione: Piccola in Aggregato, Enorme nei Dettagli
Il dato di sintesi è che l’1,4% delle imprese italiane risulta oggi esposto al rischio incendio boschivo in termini di forza lavoro. Sembra poco. Ma i dettagli raccontano una storia molto diversa.
Su un universo di 3,45 milioni di unità produttive censite dal registro InfoCamere (dati al 31 dicembre 2023), quasi 65.000 siti risultano localizzati in aree classificate a pericolosità da incendio. Di questi, 4.600 circa ricadono nelle classi di pericolosità massima: incendi di chioma ad altissima intensità con elevata probabilità di innesco. Sono le situazioni in cui una struttura produttiva, uno stabilimento, un magazzino, può essere investita da un fronte di fuoco con fiamme alte fino a 30 metri e velocità di propagazione che non lasciano margine di intervento.
La concentrazione geografica è marcata e coerente con le aspettative climatologiche. Calabria, Basilicata e Molise guidano la classifica regionale dell’esposizione. Ma un dato sorprende: la Valle d’Aosta presenta la quota più elevata di siti nelle classi di massima pericolosità, per via dell’estesa copertura di foreste di conifere, terreno ideale per gli incendi di chioma. Non è solo un fenomeno del Sud, dunque.
Sul piano settoriale, l’agricoltura è il comparto più esposto (5,4% delle unità produttive in aree a rischio), seguita dall’industria e dall’energia e dal settore delle costruzioni (entrambi al 2,2%). Ma è un dato del campione Cerved, che copre circa 757.000 società di capitali, a far capire la vera posta in gioco: il 2,7% delle imprese esposte agli incendi rappresenta il 17,8% del totale degli attivi e il 22,7% degli attivi tangibili dell’intero campione. In altre parole, le imprese esposte agli incendi boschivi sono, in media, imprese grandi, patrimonialmente rilevanti, con asset fisici consistenti. Non sono realtà marginali.
La Logica del Rischio: Chi Si Espone e Perché
Lo studio della Banca d’Italia non si limita a fotografare la situazione, ma cerca di capire quali caratteristiche aziendali si associano a una maggiore probabilità di esposizione. I risultati della regressione logistica condotta su tutti i siti del registro InfoCamere portano a conclusioni che meritano riflessione per chi si occupa di sottoscrizione e risk assessment.
Il numero di sedi operative è il fattore più robusto: raddoppiare il numero di unità locali raddoppia approssimativamente la probabilità che almeno una di esse ricada in un’area a rischio incendio. È un effetto puramente geometrico, ma con implicazioni pratiche immediate per i grandi gruppi industriali con reti produttive distribuite sul territorio. Il rapporto tra attivi tangibili e attivi totali risulta positivamente associato all’esposizione agli incendi, in modo statisticamente significativo. Questo dato è interessante perché va in direzione opposta rispetto a quanto osservato per il rischio alluvionale, dove le imprese con asset fisici più rilevanti tendono a localizzarsi in aree più sicure. Per gli incendi boschivi sembra accadere il contrario: le strutture più “pesanti”, fisicamente radicate nel territorio, si trovano più spesso nelle zone periferiche e boschive. Magazzini, impianti agricoli, siti estrattivi, opifici lontani dai centri urbani. Luoghi belli, a volte, ma esposti.
Un ulteriore elemento emerso dall’analisi è la sovrapposizione dei rischi. Quasi un terzo dei siti produttivi esposti agli incendi lo è anche al rischio di frane. Sono quasi 19.000 unità produttive che vivono su un doppio fronte di fragilità fisica. L’esposizione contestuale a tutti e tre i principali rischi naturali (incendi, alluvioni e frane) riguarda invece circa 1.290 siti, una nicchia dimensionalmente piccola ma con profilo di rischio estremo.
La Sopravvivenza delle Imprese Colpite: un Dato Sorprendente (e da Maneggiare con Cura)
Uno degli elementi più dibattibili dello studio riguarda l’analisi di sopravvivenza delle imprese effettivamente colpite da incendi boschivi tra il 2021 e il 2023. I ricercatori hanno identificato 1.777 unità produttive localizzate in aree percorse dalle fiamme (0,5 per mille del totale), le hanno confrontate, tramite un algoritmo di matching statistico, con un campione di controllo di imprese strutturalmente simili ma non colpite, e hanno misurato la probabilità di sopravvivenza a dodici mesi.
Il risultato è, sulla carta, rassicurante: le imprese colpite dagli incendi mostrano un tasso di sopravvivenza a un anno del 94,5%, sostanzialmente indistinguibile da quello del campione di controllo (p-value = 0,69). Nessun effetto significativo sulla continuità aziendale nel breve periodo.
Ma i ricercatori stessi avvertono: questa neutralità dell’impatto potrebbe dipendere dalla limitata durata dell’osservazione, dalla mancanza di dati sui bilanci post-evento e, soprattutto, dall’assenza di dati assicurativi che permettano di distinguere tra imprese che hanno recuperato grazie a una copertura adeguata e imprese che hanno semplicemente resistito senza indennizzo, assorbendo silenziosamente il danno. È proprio qui che il mondo assicurativo dovrebbe prestare attenzione. Il fatto che un’impresa non chiuda entro dodici mesi dall’incendio non significa che sia uscita indenne. Può significare che sta ancora reggendo con liquidità propria, con debiti, con asset ridimensionati. La resilienza di carta può nascondere vulnerabilità reali che emergono anni dopo.
Gli Scenari Climatici: il Futuro che Avanza
La parte più prospettica dello studio integra le mappe di pericolosità attuali con le proiezioni del Climate Impact Explorer, uno strumento sviluppato in collaborazione con il Potsdam Institute for Climate Impact Research e l’ETH di Zurigo, tra gli altri. I risultati disegnano un quadro di escalation non lineare del rischio.
Sotto uno scenario di riscaldamento globale di +1,5 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali, il numero di siti produttivi esposti agli incendi potrebbe crescere di circa 1.900 unità a livello nazionale. Con un riscaldamento di +3 gradi, l’incremento sale a circa 7.200 siti, pari a un aumento dell’11% rispetto allo stock attuale. Le regioni più colpite da questo peggioramento sarebbero Puglia, Campania e Lazio, con aumenti attesi di oltre mille unità ciascuna nello scenario a +3 gradi. Non sono proiezioni di lungo periodo astratto: il soglia di +1,5 gradi potrebbe essere raggiunta già intorno al 2030 sotto lo scenario RCP 8.5 o quello di Current Policy dell’NGFS.
Vale la pena ricordare che, secondo uno studio del JRC pubblicato nel 2025, le perdite economiche annue da incendi boschivi più elevate in Europa si registrano già oggi in Italia, con una stima di 640 milioni di euro l’anno. E si prevede un aumento di almeno il 20% anche nello scenario più conservativo di riscaldamento a +1,5 gradi. Il mercato assicurativo italiano opera già oggi in un contesto di perdite attese significative. Domani, quel contesto si aggraverà.
Il Vuoto Normativo: il Paradosso del Rischio Senza Regole
C’è un elemento di questa ricerca che dovrebbe far riflettere l’intera filiera assicurativa, dai broker ai risk manager, dalle compagnie ai regolatori. In Italia, e più in generale in Europa, non esiste ancora un quadro normativo specificamente dedicato al rischio incendi boschivi in prossimità di insediamenti industriali e commerciali. Nessuna direttiva, nessun obbligo di mappatura, nessuna limitazione agli insediamenti in zone a rischio, analoga a quanto esiste invece per le alluvioni con la Direttiva Alluvioni del 2007 (2007/60/CE).
Questo vuoto normativo ha un effetto diretto sul mercato: senza un obbligo di disclosure, le imprese non sono incentivate a quantificare e comunicare la propria esposizione; senza dati, le compagnie faticano a prezzare correttamente il rischio; senza un pricing adeguato, i capitali non si allocano nella prevenzione. È il classico cortocircuito del rischio non percepito, o percepito ma non misurato.
La BCE, nel suo stress test climatico del 2021, aveva già stimato che oltre il 50% dei prestiti bancari a imprese ad alto rischio fisico fosse esposto a rischio incendio boschivo. I suoi indicatori più recenti, pubblicati nel 2025, stimano che circa il 15% del portafoglio finanziario dell’area euro sia attualmente esposto agli incendi, con una proiezione di crescita al 17% nello scenario RCP 8.5. Sono numeri che il sistema bancario conosce. Il sistema assicurativo, che dovrebbe essere il primo a presidiarli, non sempre dispone di strumenti altrettanto granulari per farlo.
Cosa Cambia per il Brokeraggio e il Risk Management
Per chi lavora ogni giorno tra polizze e schede di rischio, questo studio apre questioni concrete. La prima riguarda la qualità dei dati utilizzati nella sottoscrizione: le mappe a bassa risoluzione tradizionalmente usate nel processo di valutazione del rischio incendio boschivo possono ingannare. A 500 metri per pixel, un sito produttivo che sembrava lontano dalla vegetazione a rischio può risultare, nella mappatura CIMA utilizzata da questo studio, direttamente esposto a classi di pericolosità elevata. La differenza di scala non è un dettaglio tecnico: può significare migliaia di euro di premio mancante o, peggio, un sinistro non coperto adeguatamente.
La seconda questione riguarda la multi-hazard exposure. Le imprese esposte contemporaneamente a incendi e frane sono una realtà non trascurabile. Le polizze che coprono i danni da eventi atmosferici o calamità naturali spesso trattano questi rischi in modo separato, con massimali, franchigie e clausole redatte pensando a un singolo evento. Ma la realtà fisica è spesso una concatenazione: un incendio che denuda il suolo aumenta il rischio di frana alle prime piogge. Un evento porta all’altro. Le strutture di copertura assicurativa dovrebbero iniziare a ragionare in questa logica sistemica.
La terza questione è di prospettiva strategica. Il trend climatico è chiaro e documentato. I broker che aiutano oggi le imprese a comprendere la propria esposizione fisica al rischio incendio, e a strutturare programmi assicurativi coerenti con quella esposizione, non stanno solo vendendo una polizza. Stanno costruendo un vantaggio competitivo basato sulla conoscenza, quello che nei mercati maturi fa la differenza tra un intermediario di commodity e un consulente di fiducia.
Un Paese che Ha Bisogno di Dati, Non di Speranza
Lo studio della Banca d’Italia è uno spartiacque. Per la prima volta, un’istituzione pubblica italiana ha messo insieme mappe di pericolosità ingegneristica, dati georeferenziati sulle imprese e proiezioni climatiche, arrivando a un risultato preciso: sappiamo dove sono le imprese esposte, sappiamo come sta cambiando il clima, e sappiamo che il sistema non è ancora pronto ad affrontare questa trasformazione.
Quello che manca, come gli stessi autori riconoscono, sono i dati assicurativi. Senza accesso alle banche dati dei sinistri, senza la possibilità di incrociare le perdite effettivamente liquidate con la localizzazione delle imprese colpite, l’analisi resta parziale. Capire se le imprese che sopravvivono a un incendio lo fanno grazie a una copertura assicurativa adeguata o nonostante la sua assenza è una domanda a cui solo il mercato assicurativo può rispondere. Ed è una risposta che il mercato dovrebbe avere interesse a fornire, prima che qualcun altro imponga le regole per ottenerla.
Il fuoco, si sa, non aspetta. E nemmeno il clima.











