Un settore in crescita, ma ancora lontano dal suo potenziale
I numeri parlano chiaro: alla fine del 2025, le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari italiane hanno raggiunto i 262 miliardi di euro, segnando un incremento del 7,7% rispetto all’anno precedente. Gli iscritti superano quota 10,4 milioni, in crescita del 4,8% sul 2024. A prima vista, sembrerebbe un quadro incoraggiante. Eppure, a leggere con attenzione la Relazione Annuale della COVIP presentata oggi 10 giugno 2026 alla Camera dei Deputati, emergono contraddizioni strutturali che nessun comunicato ufficiale è in grado di nascondere del tutto.
Perché, diciamolo apertamente: un sistema che rappresenta appena l’11,6% del PIL e il 4% delle attività finanziarie delle famiglie italiane, in un Paese con una delle popolazioni più anziane d’Europa e un sistema pensionistico pubblico sotto pressione crescente, è un sistema che non sta ancora facendo abbastanza. E i motivi sono più profondi di quanto il dibattito mainstream voglia ammettere.
Il paradosso delle linee azionarie: i migliori rendimenti, ma pochi li scelgono
Uno dei dati più rivelatori dell’intera relazione riguarda i rendimenti. Nel 2025, i comparti azionari hanno performato in modo eccellente: rendimenti medi del 7,7% nei fondi negoziali, del 9,6% nei fondi aperti e del 7,8% nei PIP. Su un orizzonte decennale, le linee a maggiore contenuto azionario hanno prodotto rendimenti medi annui composti compresi tra il 4,8% e il 5,1%, ben al di sopra del 2,5% medio annuo del TFR lasciato in azienda nel medesimo periodo.
Eppure, soltanto il 13,9% degli iscritti ha scelto un profilo azionario. Quattordici iscritti su cento. Una quota ancora minoritaria che, tradotta in termini concreti, significa che la stragrande maggioranza dei lavoratori italiani iscritti alla previdenza complementare sta rinunciando volontariamente, spesso per inerzia o disinformazione, a rendimenti significativamente superiori nel lungo periodo.
Il problema è in parte strutturale e in parte culturale. Strutturale perché la cosiddetta linea di default, quella verso cui confluiva automaticamente chi non sceglieva attivamente, era fino al 30 giugno 2026 una linea garantita, con una componente azionaria pressoché nulla. Chi si iscriveva senza fare scelte attive veniva quindi indirizzato verso il comparto più conservativo, quello meno adatto a obiettivi previdenziali di lungo periodo. La Legge di Bilancio 2026 ha finalmente cambiato questa logica, introducendo il meccanismo dell’adesione automatica e soprattutto prevedendo che i contributi confluiti tramite adesioni non esplicite vengano investiti in percorsi life-cycle che tengono conto dell’età del lavoratore. Un cambiamento epocale, atteso da anni nel dibattito tecnico, che la relazione stessa definisce coerente con le raccomandazioni europee e internazionali.
Culturale perché la propensione al rischio degli italiani, ancora fortemente condizionata da una tradizione di investimento in titoli di Stato e liquidità, fatica a fare i conti con l’orizzonte temporale tipico della previdenza, che per un lavoratore giovane può superare i trent’anni. Un segnale di cambiamento però c’è: tra i nuovi iscritti nel 2025, ben il 27,9% ha scelto un profilo azionario, contro l’8,3% del 2018. La direzione è giusta. Il ritmo è ancora insufficiente.
Il dualismo strutturale: Nord vs Sud, uomini vs donne, dipendenti vs autonomi
Sotto la superficie dei dati aggregati si nasconde una fotografia dell’Italia profondamente spaccata. La partecipazione alla previdenza complementare è ancora un privilegio geografico e demografico, non un diritto universalmente esercitato.
Il 57,3% degli iscritti si concentra nelle regioni settentrionali. Le contribuzioni medie al Nord e in alcune aree del Centro superano nettamente la media nazionale: si va dai 3.710 euro della Lombardia ai 3.170 dell’Emilia-Romagna, fino a scendere a 1.830 euro in Calabria. Non si tratta solo di un divario di reddito: è un divario di consapevolezza, di accesso all’informazione, di struttura del mercato del lavoro. In alcune regioni settentrionali i tassi di partecipazione alla previdenza complementare rispetto alle forze di lavoro raggiungono livelli straordinari: il 65,5% in Trentino-Alto Adige, il 50,4% in Veneto, il 49,3% in Valle d’Aosta. Nelle regioni meridionali più popolose si rimane ben al di sotto della media nazionale del 39,9%.
Il gender gap è altrettanto marcato e non dà segnali di attenuazione. Gli uomini rappresentano il 61,2% degli iscritti totali, le donne il 38,8%. I contributi medi maschili superano del 16% quelli femminili: 3.190 euro contro 2.680. E il divario, come sottolinea la COVIP, tende ad allargarsi con l’aumentare dell’età, seguendo una traiettoria perfettamente speculare a quella delle carriere femminili, spesso interrotte o rallentate da responsabilità di cura.
Vale la pena soffermarsi anche sulla platea dei lavoratori autonomi. Solo il 23,4% di loro risulta iscritto a un fondo pensione complementare, contro il 40,7% dei lavoratori dipendenti. Un divario che si fa ancora più netto guardando ai soli versanti effettivi nell’anno: 13,6% per gli autonomi contro il 32,1% dei dipendenti. Una platea enorme, spesso esclusa dalla contrattazione collettiva e dalla leva del TFR, che rimane ai margini di un sistema pensionato ancora prevalentemente orientato al lavoro dipendente strutturato.
Restano poi 2,748 milioni di iscritti non versanti, il 27% del totale. Sono presenti in modo più marcato nelle forme di mercato e tra i lavoratori autonomi: il 34,3% degli iscritti ai fondi aperti e il 33,6% di quelli ai PIP non ha alimentato la propria posizione nel corso del 2025. Posizioni aperte ma inattive, capitale previdenziale che non cresce.
I costi: il grande non detto della previdenza integrativa
Tra i temi che nel dibattito pubblico faticano a trovare spazio adeguato, i costi delle forme pensionistiche occupano un posto di rilievo. La COVIP li misura attraverso l’Indicatore Sintetico dei Costi su un orizzonte decennale, e i risultati mostrano differenze molto significative tra le diverse tipologie di fondi.
I fondi negoziali, quelli nati dalla contrattazione collettiva, hanno un ISC dello 0,47%. I fondi aperti salgono all’1,36%. I PIP, i Piani Individuali Pensionistici distribuiti attraverso reti assicurative, arrivano al 2,17%. Sembra una differenza tecnica, ma applicata su un orizzonte di venti o trent’anni, la distanza in termini di capitale accumulato finale è tutt’altro che trascurabile.
La relazione stessa mette in evidenza un dato particolarmente significativo: nei comparti azionari su orizzonte decennale, la differenza di costo tra PIP e fondi negoziali è di 2,24 punti percentuali. Tradotto in termini pratici, significa che a parità di rendimento lordo, un lavoratore iscritto a un PIP azionario si ritrova ogni anno a cedere oltre 2 punti percentuali di rendimento netto rispetto a un iscritto a un fondo negoziale equivalente.
La COVIP lo riconosce esplicitamente: per le forme negoziali il contenimento dei costi dipende dalle economie di scala, mentre per le forme di mercato incide la remunerazione delle reti di vendita. Detto in modo più diretto: una parte del rendimento che il lavoratore potrebbe ottenere dalla previdenza complementare va invece a remunerare chi ha venduto il prodotto. Non è necessariamente sbagliato in assoluto, ma è un elemento che il lavoratore dovrebbe conoscere e valutare prima di scegliere la propria forma pensionistica, e che troppo spesso non viene comunicato con la chiarezza necessaria. I costi complessivi di gestione del sistema nel 2025 sono stimati in 1,760 miliardi di euro, di cui ben 1,533 miliardi concentrati nelle forme di mercato.
Le casse di previdenza: un patrimonio rilevante con una governance da ripensare
Un capitolo a sé meritano le casse di previdenza dei liberi professionisti, il cui patrimonio ha raggiunto i 136 miliardi di euro a fine 2025, contro i 125,1 miliardi dell’anno precedente. Una crescita significativa, trainata principalmente dalla performance positiva dei mercati azionari.
L’allocazione degli investimenti delle casse presenta una struttura più articolata rispetto ai fondi pensione, con una componente immobiliare ancora rilevante, anche se in progressivo calo: 20,2 miliardi di euro, pari al 14,8% del totale, in riduzione di un punto percentuale rispetto al 2024. Gli investimenti nell’economia italiana ammontano a 52,3 miliardi, pari al 38,4% delle attività totali, una quota significativamente superiore a quella dei fondi pensione, che si ferma al 19,3%. Una differenza che riflette strategie di portafoglio storicamente più orientate al mercato domestico e all’immobiliare.
Nel quinquennio 2021-2025 si registra però un riposizionamento significativo: il peso degli altri OICR diversi dai fondi immobiliari sale dall’7,3% all’11,1% del totale dell’attivo, segnalando una crescente apertura verso il private equity, il private debt e i fondi infrastrutturali. Un percorso di diversificazione necessario, ma che richiede presidii di governance all’altezza della complessità degli strumenti adottati. Sul fronte dei controlli, la COVIP continua a segnalare la necessità di semplificare e razionalizzare un sistema frammentato, evidenziando casi in cui i processi di investimento non risultano pienamente coerenti con i regolamenti interni adottati dagli enti.
L’arbitro previdenziale: una lacuna che si stava colmando
Tra le novità più rilevanti dell’anno, una merita particolare attenzione per le sue implicazioni pratiche immediate: l’istituzione dell’arbitro previdenziale. Il Decreto Legge 19/2026, convertito con modificazioni dalla Legge 50/2026, ha inserito nel Decreto Legislativo 252/2005 un nuovo articolo che prevede l’obbligo per tutte le forme pensionistiche complementari di aderire a sistemi strutturati di risoluzione alternativa delle controversie con iscritti, pensionati e beneficiari.
Per anni, la COVIP non aveva il potere di dirimere controversie tra fondi pensione e singoli iscritti. Chi si trovava in una disputa con il proprio fondo aveva un’unica strada percorribile: il ricorso alla giustizia ordinaria, con i costi e i tempi che questo comporta. Il nuovo arbitro previdenziale colma finalmente questa lacuna, in analogia con quanto da tempo disponibile in altri comparti finanziari come l’Arbitro Bancario Finanziario e l’Arbitro Assicurativo.
La COVIP è chiamata a definire con proprio regolamento le modalità di svolgimento delle procedure, i criteri di composizione dell’organo decidente e gli importi posti a carico dei ricorrenti. Nel 2025 i reclami pervenuti ai fondi sono stati 3.411, con riscatti, anticipazioni e trasferimenti che rappresentano le aree di maggiore contestazione. Un dato che rende evidente la dimensione pratica del problema che l’arbitro è chiamato ad affrontare.
Conclusioni: crescita reale, riforme storiche, ma urgono passi ulteriori
La previdenza complementare italiana cresce. I dati del 2025 lo confermano con numeri robusti, e sarebbe sbagliato non riconoscerlo. Il 2025 e i primi mesi del 2026 segnano anche l’avvio di riforme di sistema che si attendevano da anni: l’adesione automatica, il superamento della linea garantita come default, le nuove forme di prestazione flessibile, il tetto di deducibilità elevato a 5.300 euro, l’arbitro previdenziale. Un’agenda legislativa ambiziosa, che attende ora di essere tradotta in pratica con efficacia.
Ma la crescita avviene in modo disomogeneo, con sacche di esclusione ampie e persistenti, con scelte di investimento che spesso non servono al meglio gli interessi degli iscritti e con un sistema che ancora fatica a raggiungere i lavoratori più vulnerabili, i giovani, le donne e chi vive nelle aree meridionali del Paese.
Il vero rilancio del settore non passerà solo dalle nuove norme. Richiede che quelle norme vengano applicate bene, che l’educazione finanziaria e previdenziale penetri davvero nelle scuole e nei luoghi di lavoro, che la trasparenza sui costi reali diventi un elemento di scelta consapevole e non un dettaglio tecnico nei documenti informativi.
Chi lavora ogni giorno nel mondo assicurativo e del risk management sa meglio di chiunque altro che i rischi non gestiti non spariscono. Si accumulano. E in materia previdenziale, ogni anno di ritardo nell’effettiva applicazione delle riforme ha un costo che ricade, inevitabilmente, sulle spalle dei lavoratori di oggi e dei pensionati di domani.








