Un obbligo che cambia il mercato
C’era bisogno di una norma per aprire gli occhi al sistema. La Legge di Bilancio 2024 ha introdotto l’obbligo, per tutte le imprese non agricole operanti in Italia, di dotarsi di una copertura assicurativa contro i rischi catastrofali naturali: terremoti, frane, alluvioni, inondazioni ed esondazioni. La finalità dichiarata era duplice: rafforzare la resilienza del sistema produttivo e ridurre il peso dell’intervento pubblico in caso di eventi estremi.
Bene. Ma quello che i numeri ci restituiscono, due anni dopo l’introduzione dell’obbligo, è uno scenario ancora profondamente incompiuto. A fine aprile 2026, le polizze cat-nat stipulati erano circa 700 mila. Il potenziale bacino di riferimento? Circa 4,5 milioni di imprese. Significa che meno del 16% del mercato potenziale si è mosso, e non certo in modo omogeneo: le imprese medio-grandi hanno aderito con più tempestività, mentre le piccole e micro restano ampiamente scoperte.
Il dato, contenuto nell’ultima Relazione Annuale dell’IVASS pubblicata il 18 giugno 2026, è già di per sé eloquente. Ma la parte davvero interessante riguarda il funzionamento del mercato: come si forma il prezzo di queste polizze? Cosa lo muove? E soprattutto: il sistema sta prezzando il rischio o sta prezzando altro?
La distribuzione temporale: due picchi che dicono tutto
Prima di entrare nel merito del premio, vale la pena soffermarsi su un dato che parla da solo. L’IVASS ha rilevato la distribuzione mensile delle polizze cat-nat stipulate tra gennaio 2025 e gennaio 2026. Il risultato è un grafico con due picchi inequivocabili: marzo 2025 (scadenza per le grandi imprese) con 195.182 contratti, e dicembre 2025 (obbligo per le piccole e micro imprese, poi prorogato a marzo 2026) con il picco assoluto di 435.728 contratti in un singolo mese.
È la fotografia plastica di un mercato che si muove per compliance, non per consapevolezza del rischio. Le imprese non si assicurano perché percepiscono il pericolo; si assicurano perché scade un termine. Questo è un problema serio, e non solo culturale: un mercato che si muove in modo concentrato e reattivo difficilmente genera la mutualità su cui si regge l’intero meccanismo assicurativo.
Il rischio sismico come driver principale
Veniamo al cuore dell’analisi. Secondo l’IVASS, il prezzo delle polizze catastrofali è determinato dall’interazione di tre componenti principali: le caratteristiche del rischio (territorio e tipologia di evento), la struttura del contratto (coperture e limiti) e le condizioni di mercato (concorrenza, dimensione della clientela).
Il fattore più rilevante, di gran lunga, è il primo: il rischio sismico.
I dati mostrano una correlazione molto chiara tra esposizione sismica del territorio e livello del premio per unità di valore assicurato. I comuni classificati in zona ad alta sismicità presentano tassi di premio sensibilmente superiori rispetto a quelli a bassa pericolosità. Seguono, in ordine di impatto, il rischio idrogeologico e quello legato alle frane, con effetti significativi ma più contenuti sul prezzo finale.
Questa gerarchia ha una sua logica intrinseca. Gli eventi sismici sono meno frequenti, ma quando accadono possono essere catastrofici e coinvolgere intere aree geografiche in modo indiscriminato. I rischi idrogeologici sono più frequenti, ma mediamente meno severi nel loro impatto diretto sulle singole unità produttive. Le frane, infine, hanno per loro natura un impatto più localizzato e circoscritto.
La mappa che emerge dalla distribuzione regionale del premio medio, espressa in tasso per diecimila euro di valore assicurato, è nitida: le regioni del centro-sud, dell’Appennino e delle aree alpine ad alta sismicità presentano premi medi superiori. Le aree pianeggianti del nord, soggette a rischi diversi (alluvioni, esondazioni), mostrano valori differenti ma non necessariamente inferiori, a seconda della specifica composizione del rischio locale.
Il mercato, in sostanza, prezza la rischiosità territoriale. E lo fa in modo strutturato.
La struttura del contratto: franchigie, massimali e bundle
Il secondo fattore che incide in modo rilevante sul prezzo è la struttura del contratto. Anche in questo caso, l’IVASS fornisce indicazioni precise.
La presenza di limiti di indennizzo, come franchigie e scoperti, riduce il premio della componente obbligatoria per unità di valore assicurato. In termini più semplici: l’impresa che accetta di farsi carico di una quota del danno prima che intervenga l’assicurazione paga di meno. Logica assicurativa classica, nulla di sorprendente.
Più interessante è l’osservazione relativa alle polizze all-risk, quelle che includono rischi aggiuntivi rispetto ai cat-nat obbligatori, come l’incendio. La loro presenza suggerisce logiche di offerta integrata: il mercato non sta vendendo soltanto la copertura catastrofale, ma sta costruendo prodotti più ampi in cui la componente obbligatoria diventa parte di un pacchetto. Questo tende a ridurre il premio unitario della componente cat-nat, ma aumenta il costo complessivo della polizza.
La presenza di più stabilimenti o localizzazioni per la stessa azienda, invece, fa salire il prezzo. Il motivo è intuibile: la complessità del rischio aumenta, i siti da valutare si moltiplicano, e l’assicuratore deve prezzare un’esposizione che non è più puntuale ma distribuita geograficamente.
Le economie di scala: il vantaggio delle imprese grandi
Il terzo elemento di grande interesse riguarda il rapporto tra dimensione dell’impresa e costo unitario della copertura.
I dati IVASS mostrano con chiarezza che al crescere del valore assicurato il premio per unità di capitale assicurato diminuisce. Le imprese di maggiori dimensioni ottengono condizioni proporzionalmente più favorevoli rispetto alle piccole e micro. Le fasce di valore assicurato più elevate, quelle oltre i due milioni di euro, mostrano tassi di premio nettamente inferiori rispetto alle fasce più basse.
Questo fenomeno è riconducibile a diversi fattori che si sommano: economie di scala nella gestione dei contratti più ampi, maggiore efficienza amministrativa, ma soprattutto un maggiore potere contrattuale delle imprese di dimensione rilevante nel dialogo con le compagnie assicurative.
Il che crea una asimmetria strutturale nel mercato: le imprese che più hanno bisogno di protezione in termini assoluti, spesso quelle più piccole con meno riserve per fronteggiare eventi straordinari, pagano proporzionalmente di più. Non è una distorsione del mercato in senso tecnico, ma è una conseguenza inevitabile della logica assicurativa applicata a un segmento eterogeneo come quello delle PMI italiane.
La concentrazione di mercato: più monopolio, più caro
L’IVASS ha analizzato anche il rapporto tra struttura del mercato locale e livello dei premi. Il risultato è che nelle aree dove il mercato è più concentrato, ovvero dove operano meno compagnie in concorrenza tra loro, i premi risultano più elevati.
Attenzione, però: l’Istituto suggerisce di leggere questo dato con cautela. La correlazione tra concentrazione e prezzi alti non è necessariamente la prova di comportamenti anticoncorrenziali. Le aree con pochi operatori tendono spesso a coincidere con quelle a maggiore rischio o a minore appetibilità commerciale. I prezzi più alti possono quindi riflettere sia una minore pressione competitiva sia, semplicemente, un rischio sottostante più elevato.
È una distinzione importante, e onesta. Ma resta il fatto che nelle aree dove la concorrenza è più rarefatta, chi deve acquistare la copertura ha meno potere di scelta e di negoziazione.
Il sistema prezza il rischio. Ma con limiti importanti
Il giudizio complessivo che emerge dall’analisi IVASS è abbastanza chiaro: il mercato delle polizze cat-nat si comporta in modo coerente con i principi di una tariffazione basata sul rischio. Il premio riflette in modo significativo il rischio sottostante.
Tuttavia, è necessario essere onesti sui limiti dell’analisi. L’IVASS lavora su dati aggregati a livello comunale, in assenza di informazioni puntuali sulla geolocalizzazione dei singoli stabilimenti. E soprattutto mancano ancora, nella rilevazione statistica, dati fondamentali per una valutazione più raffinata del rischio: l’età del fabbricato, i materiali di costruzione, il numero di piani, la presenza di misure di prevenzione sismica o idrogeologica.
Questi fattori, che qualsiasi perito assicurativo sa essere determinanti nel pricing effettivo di una polizza industriale, restano per ora fuori dal perimetro dell’analisi pubblica. Il che significa che il mercato potrebbe stare prezzando il rischio correttamente a livello di area geografica, ma in modo molto meno preciso a livello di singolo rischio. Ed è proprio questa granularità mancante a lasciare aperta la domanda più importante: quanto è davvero accurata la tariffazione individuale?
La mutualità che ancora non c’è
C’è un’ultima osservazione che merita spazio, perché tocca il nervo centrale di tutto il sistema.
L’IVASS nota che l’obbligatorietà delle polizze cat-nat dovrebbe favorire una maggiore mutualità tra gli assicurati: più imprese assicurate significa più premi in entrata, il che dovrebbe consentire una distribuzione più ampia del rischio e, in linea teorica, condizioni più sostenibili per tutti. Ma aggiunge subito una postilla fondamentale: una valutazione compiuta in tal senso sarà possibile solo quando la diffusione della copertura sarà più significativa.
Con il 16% circa del mercato potenziale coperto, siamo ancora lontanissimi da quella massa critica. Il meccanismo della mutualità non ha ancora avuto modo di dispiegarsi. E finché rimarrà così, il rischio è che il mercato continui a essere frammentato, con prezzi elevati per le categorie più esposte e meno assistite, e una copertura effettiva ancora troppo bassa per fare la differenza nei momenti in cui un evento catastrofale si abbatte sul tessuto produttivo italiano.
L’obbligo normativo ha aperto una porta. Ma il cantiere è ancora aperto, e le domande più difficili restano senza risposta.










