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Cat-nat, il premio triplica quando triplica il rischio: l’obbligo non sta creando mutualità

BrokerChannel.it di BrokerChannel.it
27/07/2026
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polizze catastrofali obbligatorie

I primi prezzi effettivi della copertura catastrofale obbligatoria disegnano una tariffa attuarialmente pura, con il sisma che pesa per l’83% nell’indice di rischio e divari territoriali marcati. A leggerli è Riccardo Cesari, nel Consiglio dell’IVASS fino al 2025.

Il premio delle polizze catastrofali obbligatorie segue il rischio con la fedeltà di una tariffa di libero mercato: dove l’indice sintetico di rischio triplica, triplica il premio. Lo scrive Riccardo Cesari nello studio pubblicato su Lavoce.info il 30 giugno, che oggi la Repubblica ha riportato all’attenzione del mercato. Un obbligo di legge tariffato così non ripartisce il costo delle catastrofi sulla platea: rende obbligatorio un trasferimento individuale di rischio.

Chi firma quella lettura non è un critico esterno al sistema: Cesari, professore ordinario di metodi matematici per l’economia e le scienze attuariali e finanziarie all’Università di Bologna, è stato membro del Consiglio dell’IVASS dal 2013 al 2025. L’obbligo è entrato in vigore in modo scaglionato per dimensione d’impresa tra il 2025 e i primi mesi del 2026, e i dati dell’associazione delle compagnie al 31 maggio riportati da la Repubblica fissano lo stock a 733.498 contratti, il 16,3% delle imprese tenute a stipularli.

Sette euro e quindici ogni diecimila di valore assicurato

Il prezzo unitario della copertura ha una distribuzione fortemente asimmetrica: mediana a 7,15 euro per 10mila euro di valore assicurato, media intorno ai 9. Lo scarto tra le due misure è la coda dei rischi costosi. In concreto, secondo Cesari «una media impresa, con 10 milioni di valore assicurato spenderà sui 7mila euro in una localizzazione a rischio medio».

I numeri escono da elaborazioni Algoritmic su dati IVASS e, per l’indice di rischio, Istat. La base statistica è recente: in attuazione della legge 78/2025 la vigilanza pubblica i prezzi effettivamente pagati, per provincia e fascia di somma assicurata, precisando che non sono preventivi. Lo studio stima circa 250 milioni di euro di premi per i quasi 600mila contratti in essere a fine 2025.

Il terremoto pesa per l’83%

I pesi stimati dei tre rischi nell’indice sintetico di rischiosità sono 83% per il sisma, 11% per le alluvioni, 6% per le frane: la tariffa italiana è, in larga misura, una tariffa sismica. Da qui la geografia dei prezzi, che va dai minimi di Trentino-Alto Adige, Piemonte, Lombardia e Sardegna ai massimi di Calabria, Molise, Umbria ed Emilia-Romagna. I dati, scrive Cesari, confermano «una stretta correlazione tra rischio e costo della copertura, con scarsa mutualità territoriale».

È il punto in cui il modello italiano si separa dai regimi europei che il costo lo condividono: il CatNat francese, con il sovrapprezzo obbligatorio uniforme salito al 20% da gennaio 2025, il Consorcio spagnolo, Flood Re. L’obbligo qui è arrivato senza un meccanismo di livellamento dei premi, e il prezzo lo dimostra.

Il contraltare politico era arrivato prima della partenza. Nel settembre 2024, mentre al MIMIT si illustrava lo schema di decreto attuativo, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini avvertiva da Bologna che «potrebbe accadere che nei territori dove ci sono problemi gli industriali non investano più», e che questo vorrebbe dire «desertificare pezzi del territorio». I prezzi usciti adesso danno una base tecnica a quel timore.

Chi ha meno valore assicurato paga di più per ogni euro coperto

Sull’asse dimensionale la curva è altrettanto chiara: «il prezzo unitario tende a ridursi al crescere degli ammontari assicurati come effetto sia di economie di scala dal lato dell’offerta sia di potere contrattuale dal lato della domanda». Le piccole pagano di più per unità di valore. È la stessa asimmetria dei premi medi: la rilevazione a un anno dall’obbligo dava le micro intorno ai 120 euro e le PMI ai 318, stabili, mentre la media nazionale scendeva da 800 a 710 euro solo perché entravano grandi imprese con rischi più diluiti. Non cala il prezzo del singolo rischio, cambia la composizione del portafoglio, che è un’altra cosa dalla mutualità. E colpisce proprio il segmento che manca all’appello: i dati delle piccole imprese, oltre il 90% del totale italiano, sono in gran parte ancora assenti.

Sullo sfondo c’è un mercato danni sottile: premi su PIL all’1,9% contro il 5% della media OCSE. Cesari indica come correttivo possibile un incentivo fiscale mirato alle PMI, per abbassare un costo che «al momento sconta una mutualità ridotta».

Sulla tariffa il margine è stretto, sulla somma assicurata no

Se il premio è una funzione quasi deterministica dell’indice di rischio e della fascia di valore, la trattativa sul prezzo conta poco. Lo spazio tecnico si sposta a monte, sulla congruità della somma assicurata: nella seconda indagine sulle polizze catastrofali, di giugno 2026, IVASS segnala per la seconda volta che in diversi contratti il valore dei beni resta dichiarato dall’assicurato e verificato solo al momento del sinistro, e chiede processi assuntivi che lo controllino alla sottoscrizione. Una sottoassicurazione costruita in fase di quotazione si scopre quando il danno è già avvenuto.

Resta poi la granularità. I prezzi pubblici sono aggregati per provincia e fascia di valore: non dicono nulla della posizione del singolo stabilimento né della vulnerabilità del fabbricato. Si somma al perimetro dell’obbligo, che lascia fuori eruzioni vulcaniche, tempeste di vento e bombe d’acqua, e non copre il magazzino. Nelle Considerazioni del 18 giugno il presidente dell’IVASS Paolo Angelini ha aggiunto alla lista le mareggiate e alcune tipologie di frane, legando i vuoti di copertura alla tenuta del meccanismo: possono generare «una percezione di scarsa utilità dello strumento assicurativo», con «effetti negativi sulla mutualità e, a parità di altre condizioni, sui premi (più elevati)».

Su chi debba presidiare quello spazio Cesari è esplicito: accanto alle associazioni imprenditoriali hanno «un ruolo cruciale anche gli intermediari assicurativi e i consulenti d’impresa, nella loro attività di fornitori di servizi qualificati alle Pmi».

Sui quattro milioni che mancano il canale è la piattaforma associativa

Il grosso deve ancora arrivare: più di 4 milioni di micro e piccole unità, e «non sarà una partita che si chiuderà in poche settimane». Lì il canale ha già preso una forma riconoscibile. Confindustria ha aperto a novembre 2025 una piattaforma digitale dove gli associati preventivano e comprano in autonomia, con una coassicurazione tra Unipol Assicurazioni delegataria, Intesa Sanpaolo Protezione e Poste Assicura. Pochi giorni dopo Confartigianato ha lanciato un prodotto cat-nat per le PMI con Artigian Broker e YOLO, sottoscrivibile online con attestazione di conformità.

Dentro quelle piattaforme ci sono un broker o una coassicurazione e un motore insurtech, ma l’ingaggio del cliente lo fa l’associazione di categoria.

Trenta mesi senza preventivatore

Il comparatore pubblico dei prezzi è previsto dalla legge di bilancio 2024. La CNA lo chiedeva già a settembre 2024, con Claudio Giovine, insieme all’esenzione dei premi dalla tassazione al 22,25%. Cesari lo colloca nella prima delle tre leve che indica per allargare la platea, l’informazione. All’assemblea ANIA del 2 luglio 2026 il ministro Adolfo Urso lo ha chiesto ancora, e Angelini ha risposto che «occorre cooperazione perché riguarda una procedura informatica non banale», con l’obiettivo di metterlo in campo entro fine anno.

Trenta mesi dopo, il confronto dei prezzi resta un esercizio privato, che fa chi vende o chi assiste chi compra. Delle tre leve che Cesari indica per allargare la platea, informazione, incentivi e disincentivi, l’unica che morde davvero è la penalizzazione: chi non si assicura perde i contributi pubblici e peggiora il merito creditizio. Su un obbligo nato per costruire mutualità, è l’unica leva accesa.

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