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Catastrofi naturali, l’Italia ripara dopo e si assicura poco: i conti di Deloitte sulla prevenzione

BrokerChannel.it di BrokerChannel.it
15/09/2026
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prevenzione rischi catastrofali

Coperture al 6% delle abitazioni e al 5% delle imprese, spesa pubblica sbilanciata sul ripristino post-evento, opere contro il dissesto idrogeologico finanziate per un quarto del fabbisogno. Il primo quaderno di ricerca curato da Deloitte stima che 25 miliardi di euro investiti in cinque anni ridurrebbero del 32% i danni diretti attesi fino al 2075.

In Italia è assicurato contro le catastrofi naturali il 6% delle abitazioni e il 5% delle imprese, secondo gli ultimi dati disponibili, riferiti al 2021. Quando un sisma o un’alluvione colpiscono, il resto del conto ricade in larga parte sull’intervento pubblico e, per quanto i fondi pubblici non coprono, su famiglie e aziende. Il primo quaderno di ricerca curato da Deloitte sui rischi catastrofali mette in fila i costi di questo modello e stima quanto renderebbe spostare risorse a monte: nelle proiezioni, ogni euro speso in prevenzione genera 9,85 euro di benefici in valore attuale.

Un divario di protezione rispetto ai principali Paesi europei

In Germania la copertura contro i rischi catastrofali raggiunge il 51% delle abitazioni e il 45% delle imprese, nel Regno Unito l’85% e il 75%. Francia e Spagna si collocano tra il 70% e il 95%, mentre in Islanda la protezione è prossima al 100%. I dati sono elaborazioni su fonti ANIA, Insurance Europe e OECD.

Per Deloitte il caso italiano combina un’esposizione elevata ai rischi naturali con una penetrazione assicurativa bassa, e questa combinazione limita la capacità complessiva del sistema di assorbire l’impatto economico degli eventi.

Il divario riguarda anche le imprese: sulle coperture aziendali l’Italia è 40 punti percentuali sotto la Germania e 70 sotto il Regno Unito.

Sei miliardi l’anno per rimediare

Tra il 1944 e il 2009 lo Stato ha sostenuto in media 4,2 miliardi di euro l’anno per sismi e dissesti idrogeologici. Nel periodo 2010-2023 la media è salita a 6 miliardi, pari allo 0,29% del PIL italiano del 2023. Nei casi più gravi lo Stato può ricorrere anche al Fondo di solidarietà dell’Unione europea, che tra il 2002 e il 2023 ha destinato all’Italia 3,4 miliardi di euro.

Dopo la dichiarazione dello stato di emergenza, fondi straordinari stanziati con decreto-legge finanziano soccorso, riparazioni urgenti e prima assistenza. I ristori a cittadini e imprese seguono criteri stabiliti caso per caso: si aprono sportelli pubblici per raccogliere le domande, si svolgono valutazioni tecniche e sopralluoghi, e solo al termine le somme vengono distribuite.

Contro il dissesto idrogeologico un quarto del necessario

Tra il 1999 e il 2019 sono stati finanziati circa 6.000 interventi per 6,5 miliardi di euro, a fronte di oltre 26 miliardi di richieste per opere già cantierabili. In vent’anni è stato coperto un quarto del fabbisogno, con una spesa vicina a quella sostenuta per il solo ripristino del 2023.

Anche il piano ProteggItalia, 14,3 miliardi di euro stanziati tra il 2018 e il 2030 per un approccio più integrato alla sicurezza del territorio, destina ancora una parte delle risorse a emergenza e ripristino. Sul versante dei privati, per il Super Sismabonus al 110% si stima una spesa di circa 15 miliardi di euro tra il 2020 e i primi mesi del 2023. Quel volume resta però un unicum: le detrazioni, prorogate fino al 2027, sono scese al 36% per le abitazioni principali e al 30% per le secondarie nel biennio 2026-2027.

L’attesa del ristoro frena la prevenzione

Da qui il circolo vizioso che il documento individua. L’aspettativa di un intervento pubblico dopo ogni evento tende a scoraggiare cittadini e imprese dall’adottare misure autonome di prevenzione e rischia di ostacolare la diffusione di una cultura di condivisione e mitigazione del rischio. Le risorse assorbite da emergenze e ricostruzioni, a loro volta, sottraggono spazio all’adeguamento antisismico, alla gestione del territorio e alla diffusione di buone pratiche. Ogni evento non affrontato in anticipo, osserva Deloitte, produce costi crescenti e aumenta la vulnerabilità del Paese.

In questa lettura, l’obbligo di copertura Nat Cat per le imprese è un tassello rilevante, ma non sostitutivo degli interventi di adattamento.

Quasi 590 miliardi di danni attesi in cinquant’anni

Deloitte ha costruito una proiezione «inerziale» sul periodo 2026-2075, che ipotizza l’assenza di aumenti significativi degli investimenti in prevenzione. Il modello parte dagli eventi registrati in Italia tra il 1975 e il 2025 e applica il metodo dell’Expected Monetary Value: il danno medio storico moltiplicato per la frequenza attesa di ciascun tipo di evento. La stima tiene conto dell’inflazione delle costruzioni, storicamente superiore a quella dei prezzi al consumo, ed è riportata al valore attuale con un tasso di sconto sociale del 3%. I danni indiretti, dai costi sociali alla riduzione del PIL per business interruption lungo le catene di approvvigionamento, derivano da moltiplicatori tratti da studi internazionali.

Il risultato è di 343 miliardi di euro di danni diretti e 247 miliardi di danni indiretti, per un totale di circa 590 miliardi. Due terzi arrivano da due sole tipologie di evento: i sismi, con circa 260 miliardi (45%), e le alluvioni, con circa 135 miliardi (22%).

Quanto rende un euro in prevenzione

I benefici di lungo periodo, calcolati sul 2027-2075, usano il Benefit-Cost Ratio, limitato ai danni diretti evitati e ai benefici ambientali e sociali: la componente economica indiretta resta fuori perché l’effetto sull’economia è già stimato con il modello Input-Output di Leontief.

Un euro investito nel 2026-2030, pari a 0,92 euro in valore attuale, genera secondo le stime 9,85 euro di benefici in valore attuale nel 2027-2075: 4,43 da minori danni diretti e 5,42 di natura ambientale e sociale, con un turnover di circa 11.

Lo scenario di scala ipotizza 5 miliardi di euro l’anno per cinque anni, cifra corrispondente al danno medio annuo registrato in Italia negli ultimi cinquant’anni, circa 250 miliardi complessivi tra il 1975 e il 2025. Con 25 miliardi, 22,9 in valore attuale, i danni diretti attesi scenderebbero da 343 a 232 miliardi, con un beneficio di 111 miliardi (-32%) e un turnover di 4,84. Aggiungendo i benefici ambientali e sociali, il beneficio complessivo stimato sale a 246 miliardi, pari al 42% del danno totale dello scenario inerziale.

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