Il primo quaderno di ricerca curato da Deloitte rilegge cinquant’anni di eventi catastrofali: l’Italia è prima in Europa per danni diretti, circa 250 miliardi di euro, e a pesare sono soprattutto i terremoti.
In cinquant’anni l’Italia ha registrato circa 115 catastrofi naturali, il 7% di quelle censite in Europa, e danni diretti per circa 250 miliardi di euro, oltre il 30% del totale continentale. È la sproporzione che emerge dal primo quaderno di ricerca curato da Deloitte sui rischi catastrofali, che per le serie storiche usa i dati EM-DAT, il database gestito dal CRED dell’Università Cattolica di Louvain. Il documento definisce l’Italia un vero «hot spot» europeo: un’area in cui gli impatti sono particolarmente intensi e si manifestano con una frequenza maggiore che in altri Paesi.
Prima in Europa per danni, con un distacco netto
Nella graduatoria dei danni diretti degli ultimi cinquant’anni l’Italia precede la Germania, con circa 149 miliardi di euro, la Spagna (circa 97) e la Francia (circa 86). Il numero di eventi, da solo, non spiega la distanza. Nel mix italiano la tipologia più ricorrente resta l’alluvione, con 37 eventi (32%), seguita dai sismi (23, pari al 20%), dalle tempeste convettive (15) e dagli episodi di clima estremo (13).
A fare la differenza è il peso economico dei terremoti, che il quaderno indica come la tipologia con il danno medio per evento più elevato. Nel complesso i sismi valgono il 68% dei danni registrati nel Paese in cinquant’anni.
Sei terremoti nei dieci eventi più costosi
La classifica dei dieci eventi più onerosi rende visibile la concentrazione. In testa c’è il terremoto dell’Irpinia del 1980, con 71 miliardi di euro, seguito dal sisma del Centro Italia del 2016 (35 miliardi) e da quello del Friuli-Venezia Giulia del 1976 (24,8). Nella lista compaiono altri tre terremoti (Emilia 2012 con 16,5 miliardi, L’Aquila 2009 con 13,7, Umbria e Marche 1997 con 6,2), tre alluvioni (Tanaro in Piemonte nel 1994 con 19,4 miliardi, l’evento del 2000 tra Piemonte, Liguria, Lombardia ed Emilia con 13,6, Emilia-Romagna 2023 con 8,8) e l’ondata di caldo del 2003, stimata in 7 miliardi.
Sullo sfondo c’è un’esposizione diffusa: il 95% dei Comuni italiani è esposto a rischio idrogeologico e il 35% della popolazione vive in aree ad alto livello sismico.
Più eventi, meno danni: il paradosso dei due periodi
Il quaderno divide il cinquantennio in due fasi. Gli eventi catastrofali in Italia passano da 33 nel 1975-1999 a 82 nel 2000-2025, una crescita di circa il 150%, più rapida della media europea e di quella globale. A trainarla sono le alluvioni, salite da 6 a 31, le tempeste convettive, passate da nessun evento a 15, e il clima estremo, da 1 a 12 episodi. I sismi restano sostanzialmente stabili, da 12 a 11.

Nello stesso arco di tempo i danni diretti scendono di circa il 10%, da circa 133 a circa 120 miliardi di euro, in controtendenza rispetto a Europa e mondo. Il quaderno riconduce il calo ad alcuni eventi particolarmente gravi concentrati nel primo periodo, a cominciare dal terremoto dell’Irpinia, che da solo vale 71 dei circa 133 miliardi del 1975-1999.
Nel mondo i danni crescono più degli eventi, in Europa molto meno
Su scala globale la dinamica è un’altra. Nel mondo, tra il 1975 e il 2025, il database conta circa 14.000 eventi catastrofali, circa 6.700 miliardi di euro di danni diretti e oltre 3 milioni di vittime. Un evento vi entra se provoca almeno 10 decessi o 100 persone colpite, oppure se dà luogo a una dichiarazione di stato di emergenza o a una richiesta di assistenza internazionale. Tra i due periodi gli eventi sono più che raddoppiati (+105%) e i danni sono cresciuti ancora di più, del 123,5%, da circa 2.000 a circa 4.600 miliardi di euro.
L’Europa, con il 12% degli eventi mondiali (circa 1.700) e oltre 800 miliardi di euro di danni diretti, segue una traiettoria ancora diversa. Gli eventi crescono del 120%, sopra la media globale, con andamenti molto divergenti: il clima estremo aumenta del 772% e le alluvioni del 186%, mentre sismi, frane, cicloni ed eruzioni calano. I danni però salgono solo del 20%, da 372 a 445 miliardi di euro. Il documento ricorda inoltre che la regione europea si sta riscaldando a una velocità circa doppia rispetto alla media mondiale, con conseguenze prospettiche particolarmente gravi per il Mediterraneo.
Le inondazioni di Valencia di fine 2024 danno la misura di quanto possa pesare anche un singolo evento alluvionale: 490 millimetri di pioggia in otto ore, di cui 340 in quattro, circa 90 comuni colpiti, oltre 220 vittime, un terzo delle attività economiche del territorio danneggiate e danni all’industria locale stimati in oltre 10 miliardi di euro.
Il rischio si misura su ciò che l’evento incontra
Dietro questi numeri c’è una scelta di definizione. Il quaderno adotta quella che guarda all’impatto dell’evento nel contesto in cui si verifica. Perché si parli di catastrofe naturale non basta un fenomeno che superi determinate soglie di intensità ed estensione: deve colpire aree con elevata esposizione e vulnerabilità. La stessa intensità fisica può quindi generare o meno una catastrofe.
Il rischio nasce dall’interazione tra pericolosità, cioè la probabilità che un evento si verifichi in un certo territorio, esposizione, legata alla concentrazione di persone e beni, e vulnerabilità, che dipende dalla resilienza di edifici, infrastrutture e sistemi. L’esempio sismico è netto: una zona a pericolosità molto elevata ma priva di attività umane ha un rischio molto basso, mentre un’area a pericolosità bassa, densamente popolata o con edifici poco resistenti, può averne uno maggiore. In Italia pericolosità, vulnerabilità ed esposizione sismica si combinano in modo sfavorevole: pericolosità medio-alta, vulnerabilità molto elevata per la fragilità del patrimonio edilizio, infrastrutturale e industriale, esposizione altissima per densità abitativa e patrimonio storico e artistico.











