Intervista a Vittorio Pozzo, Senior Director Europe & Great Britain – Captive Advisory Team, Willis
Il mondo delle captive non è più una nicchia per grandi multinazionali: oggi è un terreno sempre più battuto da aziende che cercano stabilità, controllo e soluzioni su misura in un panorama di rischi in rapida trasformazione. Ne parliamo con Vittorio Pozzo, Director Europe & Great Britain – Captive Advisory Team di Willis, per capire cosa sta cambiando, dove sta andando il mercato e quali opportunità concrete si stanno aprendo anche in Italia.
Un mercato che si ammorbidisce, ma rischi che si complicano
Negli ultimi anni il settore assicurativo ha attraversato una fase “hard”, con capacità ridotta, premi in crescita e condizioni più restrittive. Oggi, però, lo scenario sta evolvendo: si osservano innovazione tecnologica, digitalizzazione dei processi e l’ingresso di nuovi operatori e partner industriali, elementi che contribuiscono a un contesto più vicino a un “soft market”, con condizioni più stabili e competitive.
Ma attenzione: questo non significa che il rischio sia diminuito. Anzi, le aziende devono fare i conti con rischi emergenti che pesano sempre di più sui modelli tecnici e sulle scelte di trasferimento del rischio: eventi climatici estremi, cyber risk, interruzioni della supply chain, oltre a rischi tecnologici e operativi.
È proprio in questo mix — mercato più fluido, ma rischi più complessi — che le captive tornano al centro: perché permettono alle organizzazioni di gestire direttamente una parte del rischio, stabilizzare i costi e ridurre l’esposizione alla volatilità ciclica del mercato assicurativo.
Captive: crescita sì, ma non senza sfide
L’interesse per le captive cresce perché offrono autonomia e una logica di gestione del rischio più “industriale” e meno dipendente dai cicli di mercato. Tuttavia, istituirne una richiede valutazioni rigorose.
Le principali sfide per chi considera la costituzione di una captive includono:
- Fattibilità economica: serve una massa critica di premi e rischi; altrimenti i costi fissi possono superare i benefici.
- Capitale iniziale e requisiti patrimoniali: a seconda del regime regolatorio, esistono soglie minime di capitalizzazione da considerare e la capitalizzazione deve rimanere adeguata nel tempo.
- Scelta del domicilio: normative, governance, costi e tempi autorizzativi possono cambiare sensibilmente da Paese a Paese.
- Compliance e reporting: controlli regolatori e obblighi periodici richiedono risorse e competenze dedicate.
- Struttura operativa: servono skill attuariali, assicurative, finanziarie e regolatorie; spesso ci si affida a captive manager esterni.
- Governance e visione di lungo periodo: non è una soluzione “plug & play”, ma un progetto pluriennale.
- Equilibrio tra ritenzione e trasferimento: decidere cosa trattenere e cosa cedere al mercato è cruciale per evitare inefficienze o eccessi di volatilità.
- Costi di avvio e gestione: studi di fattibilità, costituzione, auditing, attuariato e compliance devono essere sostenuti da benefici tangibili nel tempo.
Italia: da “utilizzatore” a paese domiciliatario in fase emergente
Sul piano internazionale, l’Italia è ancora un “nuovo entrante” come domicilio captive: oggi si contano tre captive autorizzate da IVASS, tutte di grandi dimensioni. Storicamente, molte imprese italiane hanno costituito captive all’estero per assenza di un quadro normativo adeguato.
Il trend, però, sta cambiando: l’apertura di IVASS verso la domiciliazione locale sta trasformando l’Italia in un paese che non è più solo “utilizzatore”, ma anche — seppur agli inizi — domiciliatario.
Le captive italiane rientrano nel perimetro Solvency II, come le compagnie tradizionali, ma con crescente attenzione a proporzionalità e semplificazione, per ridurre le barriere all’ingresso e favorire sia il reshoring sia nuove costituzioni. Modelli europei come l’Irlanda, già da tempo più “proporzionali”, rappresentano esempi di ecosistemi maturi a cui l’Italia sembra progressivamente allinearsi.
Europa: crescita moderata, ma nuovi domicili in movimento
Secondo il World Domicile Update 2025 di Captive Review, il numero di captive in Europa resta sostanzialmente stabile rispetto al 2024, ma cresce il dinamismo attorno ai nuovi domicili emergenti.
Guernsey e Lussemburgo restano i poli più consolidati e continuano a catalizzare nuove costituzioni, ma negli ultimi anni è stata la Francia a guidare la crescita europea, grazie a una normativa (fine 2022) che ha semplificato la creazione di captive domestiche.
Italia e Francia stanno guadagnando spazio anche perché una captive “in casa” porta vantaggi pratici: lingua, sistema giuridico, valuta, prossimità geografica e regole contabili comuni.
Nel mondo anglosassone, intanto, il Regno Unito punta a introdurre un regime competitivo per le captive entro metà 2027. Il mercato londinese ha già visto la nascita del primo sindacato captive nei Lloyd’s, e molti si aspettano un aumento di nuove captive e ri-domiciliazioni.
Perché una captive può fare la differenza (anche per le mid-size)
Per le aziende di medie dimensioni, una captive può offrire vantaggi concreti rispetto alle soluzioni tradizionali:
- Coperture su misura: programmi allineati al profilo di rischio, agli obiettivi strategici e alla governance interna.
- Efficienza dei costi: trattenere parte del rischio può ridurre nel tempo costi assicurativi, evitando margini e costi generali tipici del mercato commerciale.
- Maggiore controllo: la ritenzione incentiva investimenti in prevenzione e gestione del rischio.
- Flessibilità e stabilità: non solo rischi “classici” property e casualty, ma anche gestione di rischi emergenti e nuove esposizioni.
- Accesso al mercato SEE: scegliendo domicili che consentono un accesso diretto al mercato unico.
Oltre il costo: i benefici strategici più “silenziosi”
Le captive non sono solo una leva di ottimizzazione economica. Tra i benefici strategici più rilevanti:
- Minore dipendenza dal mercato tradizionale: con il rafforzamento patrimoniale cresce la capacità di ritenere rischio.
- Copertura quando il mercato non offre soluzioni: la captive può colmare gap di capacità o rispondere a prezzi non sostenibili.
- Accesso diretto alla riassicurazione: i riassicuratori lavorano principalmente con compagnie; una captive apre un canale diretto e può eliminare caricamenti significativi.
- Personalizzazione dei programmi: termini e condizioni adattabili; gestione efficiente delle franchigie anche in programmi internazionali, in base ad appetito al rischio e obiettivi del gruppo.
Cell captive: la via “smart” per chi non vuole (o non può) costruire tutto da zero
Le Protected Cell Companies (PCC), disponibili in giurisdizioni come Malta, Guernsey, Isola di Man e Gibilterra, permettono a più aziende di accedere ai vantaggi captive tramite celle dedicate.
Il punto chiave è la separazione patrimoniale tra celle: ogni partecipante è protetto da perdite, passività e rischio di credito degli altri. Ogni cella opera in modo indipendente, mantenendo controllo sul proprio programma, mentre i servizi amministrativi e regolatori sono condivisi e gestiti dal provider della PCC.
Rispetto a una captive tradizionale, la cell captive è meno onerosa, pur richiedendo pianificazione, previsione e supporto professionale continuativo.
Il ruolo di Willis (WTW): dalla fattibilità alla consulenza strategica
Per WTW, il punto di partenza è sempre una valutazione strutturata: capire tolleranza al rischio, convenienza economica e disegnare una strategia completa di gestione e finanziamento del rischio.
Gli studi di fattibilità sono lo strumento centrale per identificare la soluzione più adatta nel breve e nel medio-lungo periodo. Per chi ha già una captive, il supporto consulenziale si traduce in analisi e verifiche strategiche per mantenerla allineata alle esigenze della casa madre e gestire un contesto normativo-operativo in evoluzione, includendo:
- verifiche di performance:
- analisi e valutazione della performance storica
- analisi del Return On Investment (ROI)
- misurazione dei risultati rispetto ai piani originali
- convalida di eventuale captive acquisita tramite processo di M&A
- analisi di transfer pricing
- verifica dell’utilizzo:
- analisi su rischi emergenti e difficilmente assicurabili
- analisi della struttura captive
- opportunità affinity e generazione ricavi
- aggregazione del rischio e ottimizzazione del capitale, incluse strategie di de-risking
- confronto tra domicili
- governance
- soluzioni ART (Alternative Risk Transfer)
- verifiche mirate su temi specifici (ad esempio, BEPS e ESG)
- gestione di rischi legacy, M&A e strategie di uscita
Tecnologia e AI: captive sempre più “intelligenti”
La trasformazione digitale sta rendendo le captive strumenti più evoluti, capaci di combinare gestione del rischio, ottimizzazione del capitale e controllo operativo.
L’intelligenza artificiale abilita:
- automazione di processi (amministrazione polizze, contabilità, reporting)
- audit trail, tracciabilità decisionale e controlli a supporto di governance e compliance
- modelli predittivi più sofisticati tramite machine learning
- analisi di dataset più ampi rispetto ai metodi attuariali tradizionali
- maggiore efficienza nella gestione sinistri
Captive “multiuso”: da strumento mono-rischio a piattaforma strategica
Una captive multiuso è progettata per coprire un’ampia gamma di rischi (tradizionali ed emergenti), servire più linee di business e geografie, e integrare modelli operativi differenti: fronting, riassicurazione, programmi multilinea e multi-anno.
Questa evoluzione è spinta da:
- complessità crescente dei rischi (cyber, supply chain, ESG, reputazione, property cat, liability complessa)
- pressione del mercato tradizionale (capacità ridotta, prezzi elevati, esclusioni)
- evoluzione dei modelli (cell captive e virtual captive) che aumentano flessibilità e riducono complessità/costi
Le captive multiuso possono colmare gap di mercato, sperimentare coperture innovative (incluse parametriche), stabilizzare i costi nel tempo, generare profitti reinvestibili e aggregare dati utili a decisioni migliori.
ESG: non solo compliance, ma coerenza strategica
Le captive possono supportare le strategie ESG in modo concreto:
- coprendo e finanziando rischi ambientali (eventi climatici estremi, responsabilità carbonio, inquinamento)
- riducendo dipendenza da assicuratori esterni non allineati ai principi ESG
- investendo i premi in progetti green (rinnovabili, compensazione emissioni, infrastrutture sostenibili)
- sviluppando coperture su misura per benessere e benefit dei dipendenti (salute, sicurezza, supporto psicologico)
- sostenendo iniziative sociali più ampie (coperture per comunità svantaggiate, inclusione finanziaria)
- aumentando trasparenza, controllo e coerenza tra strategia assicurativa e valori aziendali
Una ricerca WTW 2024 evidenzia che le aziende con captive ottengono risultati superiori in tutte le aree ESG, grazie a governance più solida e maggiore consapevolezza dei rischi climatici.
Resilienza: perché il momento migliore può essere proprio il “soft market”
Un mercato soft può ridurre l’urgenza percepita di ricorrere a soluzioni alternative, ma secondo Pozzo è spesso una visione di breve periodo. In realtà, costituire una captive in un soft market può essere particolarmente vantaggioso:
- ritenzione: la captive sottoscrive a prezzi attuarialmente corretti, basati sull’esperienza reale dell’assicurato
- eccessi e riassicurazione: acquistabili a prezzi vicini ai minimi, con fronting, collaterali e punti di attacco più favorevoli
Inoltre, in soft market:
- le compagnie di fronting sono più disponibili e flessibili
- le strutture PCC cercano nuovi partecipanti con soglie più favorevoli
- la riassicurazione offre termini più ampi e pricing competitivo
Costruire la struttura operativa è quindi più semplice quando la capacità è abbondante. Aspettare un nuovo hard market significa, nella pratica, dover costruire un programma “da zero” proprio quando tutto diventa più difficile: premi in aumento, capacità in contrazione, esclusioni più frequenti e tempi più lunghi. È un copione già visto: quando il mercato si irrigidisce, crescono i costi degli eccessi, si restringono le opzioni di riassicurazione e anche elementi operativi come fronting e collaterali diventano più onerosi.
Al contrario, avviare una captive in una fase favorevole consente di far partire la macchina nel contesto più “fluido” possibile: è più semplice raggiungere un livello di premi adeguato, iniziare ad accumulare risultati tecnici e — su un orizzonte di 3 – 5 anni — trasformare quei risultati in un asset patrimoniale capace di ridurre il costo totale del rischio, indipendentemente dall’andamento del mercato assicurativo.
Rischi emergenti: cyber, clima e salute sotto la lente
Se c’è un terreno su cui le captive stanno dimostrando tutta la loro utilità, è quello dei rischi emergenti. Il cyber risk, ad esempio, resta una delle priorità assolute per aziende di ogni dimensione: qui le strategie captive vengono spesso utilizzate per colmare gap di capacità laddove il mercato tradizionale non riesce (o non vuole) offrire coperture adeguate.
Sul fronte climatico, le captive vengono impiegate anche per assicurare esposizioni legate a eventi meteo estremi e catastrofi naturali, con un’apertura crescente verso soluzioni innovative come le coperture parametriche, pensate per rispondere in modo rapido e predefinito al verificarsi di determinati eventi.
E poi c’è il tema della salute: l’aumento dei costi sanitari continua ad alimentare l’interesse verso forme alternative di finanziamento del rischio, dove una captive può diventare un tassello di una strategia più ampia di sostenibilità dei costi e continuità delle coperture, soprattutto quando l’azienda vuole governare in modo più diretto l’equilibrio tra spesa, prevenzione e protezione.
Sottoscrivere l’incerto: come cambia il “pricing” dentro una captive
Quando si parla di rischi emergenti o difficilmente collocabili, il punto non è solo che “mancano dati”: spesso si tratta di rischi con una combinazione delicata di alta severità, bassa frequenza e storici limitati o poco granulari. In questi casi, la sottoscrizione all’interno delle captive si sta evolvendo verso un approccio sempre più analitico.
Pozzo evidenzia come le captive ricorrano con maggiore frequenza a modelli attuariali e strumenti analitici capaci di leggere il rischio in una logica di portafoglio: non solo la singola esposizione, ma anche le possibili correlazioni tra rischi diversi. L’obiettivo è definire quanta volatilità sia effettivamente sostenibile, in coerenza con l’appetito al rischio della casa madre.
Anche nel “soft market” non tutto è davvero soft
C’è un equivoco ricorrente: associare il soft market a un contesto automaticamente favorevole su tutte le linee. In realtà, anche quando il mercato appare più stabile, non è detto che ci sia copertura disponibile o pricing competitivo per le aree oggi più sensibili — in particolare rischi climatici (incluse cat nat), tecnologici e operativi.
È anche per questo che le captive continuano a diffondersi: perché vengono sempre più riconosciute da risk manager e insurance manager come uno strumento efficace per gestire e finanziare il rischio quando il mercato tradizionale non riesce a rispondere in modo coerente alle nuove esposizioni.
I prossimi 3–5 anni: captive sempre più centrali (e meno “alternative”)
Guardando avanti, la traiettoria è chiara: nei prossimi 3–5 anni le captive sono destinate a diventare una componente ancora più centrale nelle strategie di finanziamento dei rischi. Non più solo un’opzione “di riserva”, ma una leva strutturale.
I motori principali di questa evoluzione, secondo Pozzo, saranno:
- rischi cyber, climatici, supply chain ed elementi ESG
- aumento dei costi sanitari
- evoluzione tecnologica, inclusa l’Intelligenza Artificiale
- necessità globale di una resilienza più robusta
Tra i trend più concreti attesi:
- crescita del numero di nuove captive e ampliamento del loro utilizzo
- maggiore impiego per rischi emergenti (cyber, climatici/catastrofali, employee benefits, ESG, supply chain)
- uso crescente dell’AI nei processi operativi delle captive
Dove cresceranno di più: geografie e settori sotto osservazione
Sul piano geografico, il potenziale di crescita si distribuisce su più aree:
- Stati Uniti (onshore)
- Caraibi e Atlantico (offshore)
- Europa
- Asia-Pacifico
Quanto ai settori, alcuni comparti appaiono particolarmente esposti (e quindi più motivati a strutturare soluzioni captive):
- Tecnologia & Cyber
- Sanità e Life Sciences
- Logistica, manifattura e automotive
- Energia e utilities
Il consiglio finale: partire adesso, non quando “scoppia l’emergenza”
Il messaggio conclusivo è pragmatico: se un’azienda sta valutando una captive per la prima volta, il punto di partenza non è l’istinto, ma un’analisi strutturata.
Pozzo suggerisce di:
- avviare uno studio di fattibilità solido, ben costruito
- affidarsi a partner esperti per chiarire benefici, implicazioni operative e responsabilità
- soprattutto, non aspettare l’arrivo di un mercato duro per iniziare
Perché i momenti migliori per progettare una captive sono quelli in cui si può farlo con lucidità: “con calma e con una visione di lungo periodo”, quando fronting e riassicurazione sono più accessibili e l’organizzazione può costruire basi solide prima che il ciclo torni a irrigidirsi.








