La nuova rilevazione ANIA elaborata dal Pool Ambiente segnala un aumento dei contratti, ma la penetrazione resta sotto l’1%. Per il mercato assicurativo si apre uno spazio di consulenza tecnica ancora poco presidiato.
La protezione assicurativa delle imprese italiane contro i danni all’ambiente resta un’area critica del mercato corporate. I dati più recenti indicano una crescita significativa delle polizze dedicate, ma il livello complessivo di copertura rimane estremamente contenuto: solo lo 0,89% delle aziende considerate risulta assicurato. È un dato che pesa non solo sulla tenuta finanziaria delle imprese, ma anche sulla capacità del sistema di applicare in modo effettivo il principio “chi inquina paga”.
Un mercato che cresce da una base troppo bassa
Nel 2023, ultimo anno con dati consolidati richiamati dalla rilevazione, le polizze per responsabilità ambientale sono salite da 6.558 a 8.696 contratti, con un incremento del 32,6% rispetto all’anno precedente. La crescita è rilevante, soprattutto se letta insieme al recupero osservato negli ultimi esercizi. Resta però il dato strutturale: meno di un’impresa su cento dispone di una copertura specifica per i danni all’ambiente.
La fotografia è ancora più netta se si guarda allo studio completo ANIA Pool Ambiente, che sui dati 2022 indicava una penetrazione dello 0,64%, 6.126 polizze, 44 milioni di euro di premi tecnici, 97 sinistri denunciati e un costo sinistri di circa 5,7 milioni di euro. Il costo medio, pari a 58.700 euro, non deve trarre in inganno: le medie includono anche eventi minori o denunce cautelative, mentre le bonifiche complesse possono superare facilmente il milione di euro.
Per broker, intermediari e risk manager, il dato non segnala soltanto un mercato poco penetrato. Indica un’area nella quale la consulenza può incidere direttamente sulla continuità aziendale, sulla qualità dell’underwriting e sulla capacità dell’impresa di dimostrare una gestione matura dei propri rischi ESG.
La geografia del rischio assicurato resta diseguale
La diffusione delle coperture varia in modo marcato per settore. Il comparto rifiuti resta quello più assicurato, con una penetrazione del 22,62%, sostenuta anche dall’obbligo introdotto in Veneto per le imprese attive nella raccolta, nel trasporto, nel recupero e nello smaltimento dei rifiuti. Seguono il chimico, al 14,08%, e il petrolifero, al 6,55%.
Il dato più interessante, tuttavia, è nei settori che restano indietro. Siderurgico e metalmeccanico si fermano allo 0,94%, trasporti allo 0,64%, civile, commerciale e turismo allo 0,16%. Sono percentuali che meritano attenzione, perché riguardano comparti nei quali l’esposizione può emergere da serbatoi, depositi, lavorazioni, cantieri, movimentazione di sostanze, manutenzioni o attività presso terzi.
Proprio le attività presso terzi mostrano una dinamica significativa: nel 2023 il portafoglio è cresciuto dell’81%, da 1.540 a 2.789 contratti. È un segnale coerente con l’evoluzione della responsabilità ambientale nei contratti pubblici e privati, dove bonifiche, edilizia, manutenzioni e lavori in appalto rendono sempre più rilevante la tracciabilità delle garanzie e la capacità di rispondere a danni non confinati al perimetro aziendale.
Anche la mappa territoriale conferma la disomogeneità del mercato. Veneto e Friuli Venezia Giulia guidano la classifica, rispettivamente con il 2,11% e l’1,11%. Seguono Basilicata, Lombardia e Umbria, tutte sopra l’1%. All’estremo opposto si colloca la Campania, con lo 0,42%. La crescita, però, non riguarda solo il Centro Nord: tra il 2021 e il 2023 gli incrementi più marcati arrivano dal Sud, con Campania a +173%, Basilicata a +150% e Calabria a +131%.
Il nodo tecnico: non basta l’estensione RCT
Uno dei principali ostacoli alla diffusione delle coperture ambientali resta la confusione tra polizza dedicata e semplice estensione all’inquinamento accidentale presente in molte coperture di responsabilità civile verso terzi.
La differenza è sostanziale. L’estensione RCT tende a offrire una risposta parziale, spesso limitata a eventi accidentali e a danni verso terzi. Una polizza di responsabilità ambientale, invece, è costruita per rispondere agli obblighi di prevenzione, messa in sicurezza, bonifica, ripristino e risarcimento connessi alla normativa ambientale. La distanza tra i due strumenti non è solo contrattuale, ma riguarda il modo in cui l’impresa affronta il rischio prima e dopo il sinistro.
Qui la qualità della consulenza assicurativa diventa decisiva. Un broker che si limita a verificare la presenza di una garanzia “inquinamento” nella RCT rischia di lasciare scoperta una parte rilevante dell’esposizione. Una valutazione evoluta richiede invece analisi dei siti, processi produttivi, sostanze trattate, serbatoi, scarichi, rifiuti, attività affidate a terzi, autorizzazioni ambientali, eventuali prescrizioni AIA e scenario contrattuale.
Bonifiche, liquidità e principio “chi inquina paga”
Il tema non riguarda soltanto il trasferimento assicurativo del rischio. Ogni anno in Italia si verificano centinaia di nuovi casi di contaminazione riconducibili a imprese regolari, al netto di condotte criminali. Lo studio richiama inoltre un quadro molto più ampio: 41.000 siti potenzialmente contaminati, 12.000 già classificati come contaminati e 42 Siti di Interesse Nazionale.
Quando un’impresa non dispone di una copertura adeguata, i costi di messa in sicurezza e bonifica possono incidere direttamente sulla liquidità e, nei casi più gravi, sulla sopravvivenza aziendale. Se il responsabile non è individuabile o non è solvibile, il peso dell’intervento ricade sulla finanza pubblica, con tempi spesso lunghi e conseguenze per territori, cittadini e attività economiche.
La stima della spesa pubblica per bonifiche dal 2006 al 2024, ricostruita sulla base di fondi nazionali, regionali ed europei, arriva a circa 4,5 miliardi di euro. È un numero che aiuta a leggere le polizze ambientali non come un prodotto di nicchia, ma come un presidio di sostenibilità economica e sociale.
La prevenzione ambientale entra nella consulenza assicurativa
Il caso Veneto offre una traccia utile: l’abbinamento tra fideiussione e polizza, introdotto per il settore rifiuti, ha favorito una diffusione più elevata delle coperture. La garanzia finanziaria assicura risorse all’ente pubblico, ma non protegge l’impresa allo stesso modo di una polizza, perché le somme escusse restano un costo a carico dell’azienda. La copertura assicurativa, invece, può portare risorse nuove nel processo di bonifica e preservare patrimonio, continuità operativa e posti di lavoro.
Per la distribuzione assicurativa, questa evoluzione sposta l’attenzione dal prodotto al processo. La polizza ambientale non si vende come una garanzia accessoria, ma si costruisce attraverso una diagnosi del rischio, una raccolta ordinata delle informazioni, la definizione di massimali coerenti e una lettura tecnica delle esclusioni, delle condizioni operative e degli obblighi dell’assicurato.
In un mercato nel quale cresce l’attenzione a ESG, appalti, supply chain e responsabilità degli organi aziendali, la responsabilità ambientale può diventare una componente stabile della consulenza alle PMI e al segmento corporate. La bassa penetrazione attuale non racconta solo un ritardo assicurativo. Racconta una domanda ancora da far emergere, una cultura del rischio da rafforzare e un ruolo professionale che broker e intermediari possono presidiare con maggiore specializzazione.
La crescita del 2023 è quindi un segnale positivo, ma non ancora una svolta. Il passaggio decisivo sarà trasformare la polizza ambientale da copertura percepita come eccezionale a elemento ordinario della gestione del rischio d’impresa.
Per approfondire, si rimanda alla rilevazione statistica ANIA.









