Un segnale che vale più di mille analisi
Quando Evan Greenberg parla, il mercato assicurativo globale ascolta. Non perché sia il CEO di Chubb, uno dei gruppi assicurativi più capitalizzati e rispettati al mondo, ma perché Greenberg ha la rara abitudine di dire le cose come stanno, anche quando fanno male. E quello che ha detto durante la call sui risultati del secondo trimestre merita attenzione ben oltre i confini di Wall Street.
La notizia tecnica è questa: Chubb ha aumentato in modo significativo l’acquisto di riassicurazione. I premi ceduti nel segmento North America commercial sono cresciuti di circa il 20% anno su anno. Una cifra che, in un contesto di mercato che si sta ammorbidendo, non è un dettaglio contabile, ma una scelta strategica precisa e consapevole.
La spiegazione di Greenberg è lapidaria: “Se c’è un mercato affamato, a volte ha senso razionale per noi nutrire gli affamati.” Una frase che, tradotta dal linguaggio dei CEO, significa che la riassicurazione oggi è sufficientemente competitiva da rendere conveniente cedere rischio. E quando Chubb decide che conviene cedere rischio, vale la pena chiedersi cosa stia vedendo dall’altra parte.
Il softening che nessuno vuole chiamare con il suo nome
Da mesi il mercato riassicurativo e quello assicurativo primario vivono in una sorta di limbo narrativo. La durezza del mercato post-catastrofe degli anni 2020-2022, con i rincari violenti sul property, ha lasciato il posto a una fase di progressiva compressione delle tariffe. Sul property, Greenberg lo quantifica senza mezzi termini: i prezzi sono scesi di circa il 6%, con le rate in calo del 10,5% e l’esposizione in crescita del 5,2%. Ma il dato più sorprendente riguarda il business che Chubb ha scelto di non scrivere: per quel business, il repricing medio era intorno al meno 40%. Quaranta punti percentuali. Non è una correzione, è un collasso selettivo delle tariffe su certe tipologie di rischio.
Questo è il quadro sul property. Sul casualty, però, la situazione è diversa e, se possibile, più preoccupante.
Il vero problema si chiama casualty
Il punto più acuto dell’intervento di Greenberg non riguarda le catastrofi naturali né la volatilità dei mercati finanziari. Riguarda il casualty, quella grande famiglia di linee che include la responsabilità civile, le linee finanziarie, l’eccesso e il surplus.
“In numerose aree del casualty, le tariffe in questo momento non tengono il passo con i costi dei sinistri”, dice Greenberg. E precisa: i loss costs sul casualty primario americano crescono a un ritmo del 6-7% annuo; sull’excess, si sale tra il 9,5% e il 12%. Ogni anno. In modo costante. Una crescita che non accenna a invertirsi.
Il punto che Greenberg vuole inchiodare è sottile ma fondamentale: il mercato sembra confondere “stabile” con “migliorato”. I loss costs non stanno accelerando, è vero. Ma non stanno nemmeno calando. Crescono, e lo fanno a un ritmo che la compressione tariffaria in atto non riesce a compensare. “Non c’è alcuna evidenza, in tutto il settore, che i costi dei sinistri si siano attenuati”, sottolinea il CEO di Chubb. “Continuano a gonfiarsi a un ritmo costante.”
Per chi opera nel brokeraggio e nel risk management, questo ha conseguenze molto concrete. Le polizze casualty rinnovate oggi a tariffe inferiori rispetto a dodici o ventiquattro mesi fa vengono prezzate con un margine di sicurezza sempre più sottile. Il rischio non è sparito, è semplicemente diventato meno visibile nel breve termine. E il breve termine, nel casualty, può durare anni prima che i nodi vengano al pettine.
La riassicurazione come termometro del mercato
Tornando alla decisione di Chubb di acquistare più riassicurazione, vale la pena leggere questa scelta in chiave sistemica. Un primary carrier della statura di Chubb che decide di cedere più rischio in un mercato che si sta ammorbidendo sta fondamentalmente dicendo due cose contemporaneamente.
La prima: il prezzo della riassicurazione è sceso abbastanza da rendere l’acquisto economicamente efficiente, e quindi il mercato riassicurativo sta trasferendo valore ai cedenti. La seconda, meno ovvia: Chubb sta riducendo la propria esposizione netta su certi segmenti proprio perché vede rischi che altri non stanno prezzando correttamente. Cedere rischio a buon prezzo quando sei convinto che quel rischio sia sottovalutato dal mercato è un’operazione di gestione del capitale estremamente razionale.
Per i broker che collocano programmi riassicurativi o che aiutano i propri clienti corporate a strutturare la copertura dei rischi, il messaggio è chiaro: il mercato della riassicurazione sta offrendo capacità abbondante e prezzi competitivi, e questo si riflette anche sulla disponibilità di copertura nel mercato primario. Ma questa finestra non rimarrà aperta indefinitamente.
Quello che i numeri non dicono ancora
C’è una lettura tra le righe nelle parole di Greenberg che vale la pena esplicitare. Quando il CEO di uno dei più grandi assicuratori mondiali cita esplicitamente la “comunità degli investitori” come possibile fonte di pressione al ribasso sulle tariffe del casualty, sta indicando qualcosa di preciso: il capitale alternativo, le strutture ILS, i sidecars e gli altri veicoli di investimento assicurativo-finanziario stanno cercando rendimento anche nel casualty, non solo nel property catastrofale.
Questa è una novità rilevante. Il capitale dei mercati finanziari che entra nel property catastrofale è un fenomeno consolidato e ampiamente analizzato. Lo stesso capitale che cerca rendimento nel casualty è un territorio più complesso, con curve di sviluppo dei sinistri lunghe, incertezze legali e inflazione giudiziaria che rendono il pricing estremamente difficile anche per i migliori attuari del settore. Se Greenberg ha ragione, e i dati storici gli danno spesso ragione, il mercato casualty potrebbe nascondere tensioni che emergeranno nei prossimi anni. Non nell’immediato, ma il tempo nel casualty si misura in cicli lunghi.
Il business che si sceglie di non scrivere
C’è un dato nell’intervento di Greenberg che passa quasi inosservato ma che racconta molto sullo stato reale del mercato. Chubb ha scritto business property con un repricing medio del meno 12% nel segmento shared and layered, major and specialty. Per il business che ha scelto di non scrivere, invece, il calo di mercato era intorno al meno 40%.
Questa forbice è enormemente istruttiva. Significa che esiste un segmento di mercato in cui qualcuno sta accettando rischi con tariffe inferiori di quasi la metà rispetto a qualche anno fa. Greenberg non dice chi siano questi sottoscrittori. Non ne ha bisogno. Il mercato li conosce, e i broker che li frequentano sanno già di cosa si parla.
Per un broker professionale, questo tipo di informazione vale come bussola operativa. Quando la tariffa offerta da un mercato si discosta in modo così marcato dal livello che un operatore della statura di Chubb considera accettabile, la domanda da porre al cliente non è “quanto risparmiamo?”, ma “cosa stiamo comprando davvero?”. Capacità abbondante e prezzi bassi non sono necessariamente una buona notizia se la solidità del sottoscrittore o la qualità della copertura non reggono l’esame.
Una lettura per il mercato italiano
Il mercato assicurativo italiano, e in particolare il segmento del brokeraggio professionale, non è impermeabile a queste dinamiche. La pressione tariffaria sul casualty corporate, le difficoltà di collocamento su certi rischi di responsabilità civile professionale e la crescente attenzione degli underwriter internazionali alla qualità del portafoglio ceduto sono segnali che già oggi si percepiscono nelle trattative quotidiane.
Leggere quello che Greenberg dice sulla qualità del business e sull’adeguatezza delle tariffe significa avere uno strumento interpretativo prezioso per anticipare come si comporteranno i mercati nei prossimi trimestri. Non è previsione, è osservazione lucida di tendenze già in atto.
Il mercato affamato a cui Chubb sta dando da mangiare oggi potrebbe avere meno appetito domani. E quando succederà, la qualità del rischio collocato farà tutta la differenza.
La disciplina come vantaggio competitivo
La lezione finale che si può trarre dall’intervento di Greenberg è forse la più scomoda per chi opera in un mercato che premia, nel breve termine, chi cresce a tutti i costi. La disciplina sottoscrittiva non è una rendita di posizione riservata ai grandi gruppi internazionali. È uno strumento competitivo reale, che produce risultati misurabili nel tempo, ma che richiede la capacità di rinunciare a business che gli altri raccolgono.
In un ciclo di mercato morbido, chi rinuncia sembra perdere. Chi accumula premi su rischi mal prezzati sembra vincere. Ma il casualty ha tempi di sviluppo lunghi, e la storia del settore assicurativo è costellata di portafogli che sembravano profittevoli per anni prima di rivelare le loro fragilità.
Per BrokerChannel, il lavoro di un broker professionale e di un risk manager serio comincia esattamente qui: nel saper leggere il ciclo, nel saper distinguere la capacità utile da quella opportunistica, e nel saper spiegare al cliente perché la tariffa più bassa non è sempre la scelta migliore. Greenberg lo fa davanti agli investitori di Wall Street. Noi dobbiamo saperlo fare davanti ai nostri clienti, ogni giorno.










