Il fondo svedese rileva la maggioranza dello specialty broker londinese e Warburg Pincus esce dopo sette anni. Chiusura attesa nel primo semestre 2027. In Italia McGill non ha uffici, ma dal dicembre 2020 può operarci in libera prestazione di servizi.
EQT ha annunciato il 4 settembre l’acquisizione, tramite il fondo EQT X, della maggioranza di McGill and Partners per 2,0 miliardi di dollari. Warburg Pincus, azionista dal lancio della società nel 2019, cede l’intera partecipazione; fondatori, management e dipendenti restano nel capitale con una quota significativa. Il closing è atteso nel primo semestre 2027, subordinato alle approvazioni consuete: l’operazione è annunciata, non conclusa. Il prezzo valorizza sette anni di crescita organica in uno degli sportelli specialty su cui converge il rischio che i mercati domestici europei non assorbono.
Sette linee, nessuna acquisizione, oltre 250 milioni di ricavi
McGill and Partners nasce a maggio 2019 con un impegno azionario iniziale di Warburg Pincus fino a 250 milioni di dollari e la scommessa personale di Steve McGill, nel settore dal 1977 e passato per Jardine Lloyd Thompson e Aon, che lascia nel 2017 e due anni dopo apre casa propria a Leadenhall Street.
Oggi la società dichiara oltre 600 dipendenti, più di mille clienti e ricavi superiori a 250 milioni di dollari, che sono commissioni e fee e non premi intermediati. Le linee sono sette: complex property and casualty; energy and power; marine and cargo; financial lines e special risks (D&O, E&O, cyber); aviation and aerospace; structured solutions; riassicurazione treaty e facultative. Aviation e marine sono due delle sette, e la riassicurazione colloca la società anche a monte dei portafogli delle compagnie.
Gli uffici dichiarati nel comunicato sono a Londra, Bermuda, Stati Uniti, Irlanda, Australia, Svizzera e Svezia, un elenco che l’azienda ha composto in modo non identico nel tempo. L’Italia non c’è.
Rispetto al resto del consolidamento londinese c’è una differenza di metodo: in sette anni non risultano acquisizioni di società. Il modello dichiarato è acquisire talento, non aziende, con un centro di profitto unico e relazioni costruite anche con i broker retail come partner, cioè una collocazione a monte della distribuzione più che in concorrenza con essa.
Warburg Pincus monetizza in tre tempi
Il venditore ha incassato in tre momenti distinti, distribuiti su ventuno mesi. A dicembre 2024 McGill entra nel primo continuation fund multi-asset di Warburg Pincus, da 2,2 miliardi di dollari, prima monetizzazione parziale per gli investitori del veicolo originario. A settembre 2025 arriva un rifinanziamento da 300 milioni di dollari con Morgan Stanley, Permira e Bridgepoint, che comprende una dividend recapitalisation a favore degli azionisti eleggibili: secondo incasso, questa volta a debito. A settembre 2026 l’annuncio della cessione integrale chiude il ciclo, e l’incasso arriverà al perfezionamento.
EQT, dal canto suo, struttura la continuità sulle persone: Steve McGill resta founder e chief executive officer, John Lloyd resta chairman, e dopo il closing un Equity Participation Plan sarà esteso a tutti i dipendenti. In un broker specialty il portafoglio segue chi lo sottoscrive, e distribuire equity è la forma più diretta di retention.
Il prezzo è pagato sulla crescita, non sul mercato
Il ciclo tariffario, intanto, va nella direzione opposta. Nel primo semestre 2026 Lloyd’s registra una variazione tariffaria risk-adjusted di mercato pari a meno 6,7%, contro il meno 3,5% del primo semestre 2025: la discesa ha quasi raddoppiato velocità in dodici mesi. I premi lordi salgono a 34,7 miliardi di sterline e il combined ratio migliora al 90,8%, ma il combined ratio underlying peggiora, dall’82,1% all’84,0%, e il mercato lo collega alla riduzione dei tassi risk-adjusted. Sul diretto europeo l’indice Marsh del secondo trimestre 2026 segna meno 6%, e Fitch attende che il soft market sul property prosegua nel 2027.
Il ricavo di un broker è una commissione sul premio. Se il premio arretra del 6 o 7%, chi si limita a rinnovare il portafoglio vede scendere con lui il proprio conto economico. McGill, nel primo semestre 2025, ha dichiarato una crescita organica superiore al 20% e un EBITDA rettificato in aumento del 79%. Il differenziale fra le due serie di numeri spiega l’appetibilità dell’asset, tenendo conto che l’ultimo dato pubblico della società è fermo a quel semestre. Nessuna delle parti lo mette in questi termini: Matthias Wittkowski, global co-head of services e partner di EQT Private Equity, riconosce a McGill una posizione solida nel brokeraggio specialty «underpinned by impressive organic growth», sostenuta da una crescita organica notevole. Del ciclo dei prezzi non fa parola.
Nel Regno Unito il 2025 ha chiuso con 99 operazioni sulla distribuzione assicurativa, sotto quota cento per la prima volta dal 2017, e il primo semestre 2026 con 41, il più debole dal 2017. Ma nel 2026 la quota delle specialty, cioè MGA, wholesale e Lloyd’s broker, supera un quarto del totale, il livello più alto mai registrato. Si compra meno, e ci si concentra sullo strato dove sta McGill.
Un’abilitazione italiana che risale al dicembre 2020
Sul mercato italiano il fatto ha confini precisi. McGill non ha un presidio in Italia: nessun ufficio, nessuna filiale autorizzata, nessuna presenza commerciale documentata. Quello che esiste è un titolo abilitativo. MGP McGill and Partners Europe Limited, entità irlandese del gruppo con sede a Dublino, è autorizzata dalla Banca Centrale d’Irlanda dal 21 dicembre 2020 come intermediario assicurativo e riassicurativo, con riferimento C433022, e ha notificato l’operatività in Italia in libera prestazione di servizi, senza stabilimento. È l’architettura post Brexit che i broker londinesi hanno costruito per conservare l’accesso al mercato unico, e nel caso italiano si ferma alla libera prestazione: un’abilitazione, non un radicamento.
Il punto di contatto con l’Italia, semmai, non è il cliente finale ma il broker che porta fuori un rischio complesso. I dati ANIA sul primo trimestre 2026 dicono dove succede: il canale broker vale l’85,8% dei corpi marittimi, l’84,6% dei corpi aerei e il 44,2% delle merci, cioè i rami in cui il rischio italiano lascia il perimetro domestico e l’intermediario è di fatto l’unica via. E la quota complessiva del broker nei danni, ufficialmente al 9,8%, sale a circa il 33,8% quando si contano wholesale e collaborazioni orizzontali. Il canale su Londra è già dentro il numero italiano, semplicemente non si vede nelle statistiche di primo livello.
Che la partita sia aperta lo mostra il traffico nella direzione opposta. A marzo 2026 GBSAPRI ha annunciato l’acquisizione del Lloyd’s broker marine Smith Bilbrough, ad agosto Wide Group è entrata con una minoranza in Furness Insurance Services, la holding londinese che controlla un Lloyd’s broker wholesale e un MGA coverholder. Due gruppi italiani che in cinque mesi hanno comprato posizione dentro il mercato londinese, invece di limitarsi a servirsene.
EQT conosce già Londra, e conosce Milano
Per il fondo svedese non è il primo passo nel London Market specialty: dal 2021 EQT detiene con Vitruvian una partecipazione in CFC, la MGA cyber londinese sulla quale i soci hanno avviato a febbraio 2026 una valutazione fra vendita e quotazione. EQT X, il fondo che compra, è stato chiuso a 22 miliardi di euro nel febbraio 2024 e dopo questa operazione risulterà investito fra l’85 e il 90%.
Anche il presidio italiano esiste da tempo: un ufficio a Milano e, nel portafoglio passato, Facile.it, detenuta attraverso EQT VIII insieme a Oakley Capital e ceduta a Silver Lake nel 2022. Il compratore di McGill conosce il mercato italiano della distribuzione perché ne ha già posseduto un pezzo.
Fino al perfezionamento passeranno mesi e sugli assetti operativi non cambia nulla. Resta il prezzo: due miliardi di dollari per un broker che cresce mentre le tariffe scendono, pagati sullo strato specialty, quello dove arrivano i rischi che i mercati domestici non tengono in casa.











