La partecipazione di minoranza in Furness Insurance Services porta il gruppo dentro una filiera che tiene insieme un Lloyd’s broker wholesale, un MGA coverholder e un gestore di sinistri in delega. Prima operazione fuori dall’Italia dopo quasi trenta aggregazioni domestiche.
Wide Group ha rilevato una partecipazione di minoranza in Furness Insurance Services, holding londinese di Fenchurch Street. È la prima operazione del gruppo fuori dall’Italia dopo tre anni di build-up domestico, ed è anche la prima che non riguarda distribuzione al cliente finale. Fin qui Wide aveva comprato reti di territorio e portafogli specializzati. Qui compra una quota di ciò che sta sopra il broker: il posto dove il rischio viene collocato, sottoscritto in delega e liquidato.
Un banker da Londra, poi l’annuncio, poi la firma
Il 2 settembre 2025 Wide nomina Andrea Beraldin Strategy e M&A Director. Curriculum: oltre dieci anni di investment banking svolti principalmente a Londra, sette dei quali in Jefferies su operazioni straordinarie nell’assicurativo italiano ed EMEA. Tre mesi più tardi, a dicembre, il managing partner Matteo Barbini indica Londra come primo obiettivo internazionale del gruppo, davanti a Spagna, Portogallo, Grecia ed Europa dell’Est, dentro un piano quinquennale che punta a triplicare ancora i ricavi. Poco prima, a luglio 2025, era arrivata la linea fino a 300 milioni di euro concessa da fondi gestiti da BlackRock, destinata a finanziare la crescita per linee esterne.
L’operazione su Furness arriva otto mesi dopo quella dichiarazione di intenti, con un direttore M&A arrivato un anno prima proprio per costruire la pipeline. Non è un’occasione colta al volo.
La corsa che la rende possibile si legge in due serie di numeri. I ricavi passano da 24 milioni nell’esercizio chiuso ad aprile 2023 ai 100-110 milioni attesi per quello chiuso ad aprile 2026. I premi intermediati dai 160 milioni dello stesso esercizio ai circa 400 milioni indicati dal CEO Gianluca Melani per l’anno solare 2025. In mezzo, quasi trenta aggregazioni da agosto 2023, cinque solo nel 2026: Broker Net Italia, Sogea, Fingea, Assimood, Capozucca. Un gruppo che quadruplica il fatturato in tre esercizi arriva a un punto in cui il mercato domestico, per quanto frammentato, non offre più un tassello capace di spostare la traiettoria.
Tre anelli sopra il broker
Furness Insurance Services non è un MGA: è la holding che ne controlla uno, insieme ad altre due società che coprono i passaggi contigui della catena. Sede a Londra, costituita nel 2010 su un’attività di gruppo avviata nel 2003, oltre 80 persone, group CEO Bernardo Gozzi.
IPR International Professional Risks è un Lloyd’s broker wholesale: raccoglie il rischio dagli intermediari e lo porta sul mercato londinese. Furness Underwriting è MGA e Lloyd’s coverholder su rischi professionali, finanziari, medici e corporate, quindi sottoscrive in delega la capacity dei sindacati. CHP Legal è delegated claims administrator e gestisce il sinistro, anche qui su delega. Le tre società lavorano su una piattaforma proprietaria, fides. Uffici a Milano, in Spagna e a Bruxelles.
La gamba operativa europea è Furness Underwriting Europe, società belga vigilata dalla FSMA con ufficio a Milano: dal 30 giugno ha Alessandra Malvestiti come technical director per l’Italia. Il presidio italiano è stato rafforzato poche settimane prima che il gruppo diventasse oggetto di un’operazione societaria.
La differenza rispetto a tutto ciò che Wide ha comprato finora è netta. Acquisire un broker significa acquisire portafoglio e relazioni con clienti finali. Entrare in questa filiera significa acquisire posizione: prossimità al mercato dei sindacati e un pezzo della fabbrica del prodotto.
Quello che una minoranza non porta in dote
Il rischio di sopravvalutare l’operazione, però, è alto. Una partecipazione di minoranza in una holding non è una binding authority. Non dà la penna sui sindacati e non trasferisce il controllo dell’appetite sottoscrittivo: le deleghe restano in capo alle società che le hanno ottenute e agli accordi che le reggono. Ciò che una minoranza porta è accesso e opzionalità: un posto al tavolo e la possibilità di salire più avanti.
Seconda cautela, di scala. Premi sottoscritti e ricavi non sono la stessa grandezza: il conto economico di un MGA vive di commissioni sui premi (più eventuali profit commission), un ordine di grandezza sotto il volume che passa dalla sua penna. Leggere un’operazione su un coverholder con il metro dei premi significa sbagliare l’ordine di grandezza.
Un consigliere da dodici anni, e una frase di febbraio
Osvaldo Rosa è consigliere di Furness Insurance Services dal marzo 2014. È proprietario e managing director di Assigeco, broker milanese fondato nel 1977, con circa 22 milioni di euro di commissioni e quasi 100.000 contratti; la società è coverholder di Lloyd’s Insurance Company S.A. ed è il primo coverholder dei Lloyd’s in Italia per premi. Non un investitore finanziario di passaggio, dunque, ma un operatore dentro il consiglio della holding londinese da dodici anni. Voci di mercato indicano lui e Assigeco tra i venditori.
A febbraio, parlando della propria società, Rosa aveva chiuso la porta al consolidamento: «non ho mai fatto M&A, né tantomeno intendo cedere ai fondi», dopo aver respinto le offerte di una decina di fondi. La frase riguardava Assigeco e non sarebbe smentita da questa operazione: cedere una quota di una holding di cui si è consiglieri è un gesto diverso dal vendere il proprio broker. Sono due movimenti che il mercato tende a confondere: difendere la proprietà della propria struttura, e monetizzare una posizione dentro una filiera.
Resta aperto un tema di canale che nessuna delle parti ha commentato. IPR e Furness Underwriting vendono agli intermediari: il loro cliente è il broker. Avere tra i soci uno dei maggiori consolidatori del brokeraggio italiano è una condizione che i clienti-intermediari peseranno, e che si governa con la separazione dei ruoli più che con le rassicurazioni.
Due volte Londra in cinque mesi
A marzo GBSAPRI aveva acquisito Smith Bilbrough, storico Lloyd’s broker londinese, nona operazione del gruppo dal 2024, anno in cui il fondo svizzero Brera Partners ne ha rilevato il 70%. Ad agosto tocca a Wide, nel cui capitale Pollen Street Capital è entrato nell’agosto 2023. Due gruppi italiani di brokeraggio, entrambi con private equity a bordo, comprano a Londra nell’arco di cinque mesi, e nello stesso ordine: prima il capitale finanziario, poi il passaporto.
Il traffico in senso inverso, intanto, non rallenta: Optio Group è salita al 100% di Heca a inizio anno, Ardonagh continua a comporre una piattaforma MGA paneuropea. Chi vuole la stessa posizione senza passare dall’M&A la costruisce dall’interno, come Axio, che nella primavera 2026 ha ottenuto la qualifica di coverholder dei Lloyd’s.
Sullo sfondo circola da febbraio un’indiscrezione mai confermata su un processo di cessione di Wide. Vera o no, colloca l’operazione londinese in una cornice riconoscibile: un perimetro che si internazionalizza si racconta meglio di uno che resta domestico. La domanda che il brokeraggio italiano dovrà sciogliere è se questa risalita nella catena del valore sia una scelta industriale, cioè presidiare il prodotto e non solo distribuirlo, oppure l’ultimo capitolo della valorizzazione prima del passaggio di mano.









