Pollen Street prepara l’uscita dopo tre anni di build-up e il processo formale è atteso per ottobre. Nella lista degli interessati cinque fondi internazionali: sarebbe il primo broker italiano a passare da un private equity a un altro.
Su Wide Group si apre una gara. Secondo quanto riportato da MF-Milano Finanza, Pollen Street Capital, socio di minoranza del broker dal 2023, prepara l’uscita con Evercore nel ruolo di advisor e con il processo formale atteso per ottobre: fra gli investitori che studiano l’ingresso figurano KKR, Goldman Sachs, CVC Capital Partners, Preservation Capital e HLD Europe, su una valutazione che si avvicinerebbe ai 600 milioni di euro. Nessuna delle parti ha confermato. Ma la direzione che quei nomi indicano è già una notizia di mercato: il capitale che ha finanziato tre anni di acquisizioni comincia a chiedere il conto, e a presentarsi dall’altra parte del tavolo sono altri fondi.
Tre anni di aggregazioni, poi il momento di monetizzare
L’accordo con Pollen Street era stato annunciato a maggio 2023 e perfezionato ad agosto dello stesso anno. Né la quota né il valore sono mai stati comunicati: i documenti parlano di un investimento strategico a sostegno del management e degli azionisti esistenti. Da quel momento Wide Group, fondata a Bolzano nel 2016 da Gianluca Melani con i managing partner Matteo Barbini e Gerardo Di Francesco, ha costruito uno dei build-up più rapidi del mercato italiano.
Il conteggio delle operazioni merita attenzione. A dicembre 2025 il fondo indicava in Ariostea Broker e ACF la diciassettesima e la diciottesima acquisizione completata dal proprio ingresso. Da allora si sono aggiunte Broker Net Italia a febbraio, Sogea, Fingea e Assimood a giugno, Capozucca Insurance Broker a luglio, e ad agosto la partecipazione di minoranza in Furness Insurance Services, holding londinese di un broker wholesale e di un coverholder. Il totale supera quindi la ventina, e l’ultima operazione è la prima fuori dall’Italia e la prima che non riguarda la distribuzione al cliente finale.
Anche i numeri danno la misura del percorso. All’esercizio chiuso ad aprile 2023, poche settimane prima dell’ingresso di Pollen Street, Wide Group dichiarava 24 milioni di euro di fatturato e 160 milioni di premi intermediati. Tre esercizi dopo, su quello chiuso ad aprile 2026, la guidance del gruppo si colloca fra 100 e 110 milioni di ricavi: poco più di quattro volte in tre anni. A dicembre 2025 Melani indicava premi intermediati vicini ai 400 milioni e oltre 213.000 polizze, mentre il profilo aziendale di febbraio conta più di 500 collaboratori e ventitré sedi operative.
Alla crescita esterna ha contribuito il debito: nel luglio 2025 il gruppo ha completato con fondi gestiti da BlackRock un finanziamento che prevede erogazioni fino a 300 milioni di euro negli anni successivi. Nel settembre 2025 è arrivato Andrea Beraldin come Strategy e M&A Director, dopo sette anni in Jefferies: una struttura interna dedicata alle operazioni si costruisce quando le operazioni diventano il mestiere principale.
In Europa la seconda mano è già la norma
Il passaggio da un fondo all’altro nel brokeraggio non è una novità europea. April Group, secondo distributore francese, è stata comprata da CVC nel 2019 e ceduta a KKR nel 2022 per circa 2,3 miliardi di euro. PIB Group è passata da Carlyle ad Apax nel gennaio 2021. GGW Group in Germania ha visto entrare Permira accanto a Hg fra il dicembre 2023 e l’aprile 2024. Ardonagh ha aperto il capitale a Stone Point fra l’annuncio del dicembre 2024 e il closing del giugno 2025, su una valutazione di 14 miliardi di dollari.
Il ritmo si è fatto più fitto quest’estate. A luglio Preservation Capital ha ceduto Optio Group a Cinven e a La Caisse, e nel perimetro è passata anche la MGA abruzzese Heca. Il 4 settembre Warburg Pincus ha concordato con EQT l’uscita integrale da McGill and Partners, su una valutazione di 2 miliardi di dollari, con Evercore fra gli advisor del broker e closing atteso nel 2027. In sei settimane due piattaforme specialistiche britanniche hanno trovato un nuovo azionista, e in entrambi i casi è un fondo che subentra a un fondo.
In Italia questo capitolo non si è ancora aperto. Nel brokeraggio i fondi risultano tutti alla prima mano: Pollen Street in Wide dal 2023, Brera Partners al 70% di GBSAPRI dal 2024, AnaCap in Edge da gennaio 2025, J.C. Flowers in OneItalia, Oakley Capital su Galgano a settembre. Il caso più vicino è Facile.it, ceduta da EQT e Oakley a Silver Lake nel 2022, ma è un comparatore, non un broker corporate. Se il processo su Wide arriva in fondo, sarà il primo broker italiano a cambiare private equity, non a riceverne uno per la prima volta.
Chi sono i fondi che guarderebbero a Wide
I nomi circolati restano manifestazioni di interesse non confermate, ma dicono molto sul tipo di compratore che un’aggregazione italiana attira oggi.
KKR è un generalista americano quotato al NYSE, fondato nel 1976, con 796 miliardi di dollari in gestione al 30 giugno 2026. Per KKR l’assicurativo non è solo un settore di investimento: con Global Atlantic, di cui ha rilevato il controllo totale nel 2024, possiede un bilancio assicurativo che alimenta la raccolta. Sulla distribuzione ha April Group, e ad agosto 2026 ha concordato la cessione di USI ad Aon per 17 miliardi di dollari. In Italia ha investito oltre 10 miliardi di euro dal 2005 e a maggio 2026 ha annunciato una sede a Milano; nella distribuzione è già presente in via indiretta, perché April opera qui dal 1999.
Goldman Sachs Alternatives aveva 459 miliardi di dollari di investimenti alternativi in supervisione al 30 giugno 2026. Non è un verticale sulla distribuzione, ma ci torna con regolarità: entrata in Aston Lark nel 2019 rilevando la quota di Bowmark, nel 2021 ha ceduto il broker a Howden insieme alla stessa Bowmark, per un valore riportato in 1,1 miliardi di sterline; nell’agosto 2023 ha investito oltre un miliardo di dollari fra capitale e debito subordinato in World Insurance Associates, accanto a Charlesbank e senza prenderne il controllo. Nel brokeraggio italiano non le risultano partecipazioni.
CVC Capital Partners, quotata a Euronext Amsterdam, ha 212 miliardi di euro in gestione al 30 giugno 2026 e un ufficio a Milano. È il nome con la storia più lunga sull’assicurativo europeo, e su tutti gli anelli della catena: April dal 2019 al 2022, Domestic & General dal 2013, Cunningham Lindsey nel loss adjusting fra il 2012 e il 2018, l’uscita da Ethniki nel 2025 per 600 milioni. In portafoglio italiano ha Recordati, Sisal e Cerved, ma non le risultano partecipazioni nella distribuzione assicurativa.
Preservation Capital Partners è la casa più piccola e la più mirata. Fondata nel 2017 a Londra, regolata dalla FCA, quindici persone, circa 3 miliardi di euro in gestione dopo il terzo fondo chiuso a 879 milioni nel luglio 2026. Investe in servizi finanziari e business services asset-light e la distribuzione assicurativa è una delle sue quattro verticali dichiarate: ha il broker specialty BMS dal 2019 e BPL dal 2025. Dichiara un enterprise value obiettivo fra 100 e 500 milioni di euro: la fascia in cui Wide rientrava in primavera e che la valutazione oggi in circolazione supera. Ed è il fondo che ha appena venduto Optio.
HLD Europe è una holding di investimento a capitale permanente costituita nel 2010, con uffici in Lussemburgo, Amsterdam, Parigi e Milano, quest’ultimo guidato da Marco Bernardi. Gestisce circa 4 miliardi di euro e dichiara 29 acquisizioni, oltre settanta build-up, sette uscite e un rendimento interno a quindici anni superiore al 25%. Sul courtage francese ha una posizione precisa: la maggioranza di Vilavi, ex Assu 2000, annunciata nell’agosto 2023, e l’esclusiva su Entoria, secondo grossista transalpino con novemila broker convenzionati, dal gennaio 2026. Ha annunciato un piano da 500 milioni di euro sull’Italia in cinque anni, con il brokeraggio fra i settori indicati, e finora non ha chiuso operazioni assicurative nel Paese.
Il venditore, Pollen Street, è nato nel 2013 da uno spin-out da RBS; la capogruppo Pollen Street Group è quotata a Londra e gestiva 7,1 miliardi di sterline a fine 2025, specializzata sui servizi finanziari, con Markerstudy, Keylane e Wide in portafoglio. Wide è la sua unica società italiana. Nel 2023 ha spostato Markerstudy in un fondo di continuazione quantificato in un miliardo di dollari: la vendita a terzi non è l’unica via d’uscita che conosce. BlackRock, con 15.340 miliardi di dollari in gestione al 30 giugno 2026, sta dall’altro lato del bilancio: su Wide ha messo debito, non capitale.
Quanto vale il build-up, e con quale metro
La cifra che circola oggi non è la prima. In primavera l’enterprise value attribuito al processo era di 400 milioni di euro, contro i circa 600 di valutazione indicati adesso. Le due grandezze non sono necessariamente omogenee e nessuna è ufficiale, ma fra i due momenti ci sono cinque acquisizioni e una linea di credito capiente.
Sul metro serve prudenza. L’EBITDA di Wide non è pubblico, quindi il multiplo implicito non è calcolabile: 600 milioni su ricavi intorno ai 100 valgono sei volte il giro d’affari, che tradotto in margine operativo lordo dà un intervallo molto ampio a seconda della redditività ipotizzata. Il riferimento di mercato è che sui target europei più contesi i multipli sono saliti fino a quindici-diciotto volte l’EBITDA.
Per gli intermediari che hanno venduto a Wide e sono rimasti nel capitale, come il fondatore di Capozucca a luglio, e per una platea che il gruppo indica in oltre duecento soci, la gara di ottobre non è una notizia di finanza. È il momento in cui il valore di quel reinvestimento viene fissato da un compratore diverso da chi glielo aveva proposto.










