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Home Editoriali

Brexit e Lloyd’s: dieci anni di un conto che il mercato non ha mai osato sommare

Salvatore Infantino di Salvatore Infantino
03/10/2026
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Brexit e Lloyd’s

Dieci anni fa il Regno Unito votava per lasciare l’Unione Europea. Nel mondo assicurativo prevalse per anni una riservatezza pragmatica: il mercato si sarebbe adattato, come aveva sempre fatto. E in parte lo ha fatto. Ma a quale prezzo?

Oggi, grazie a un lavoro accademico di straordinaria solidità, quel prezzo è finalmente quantificabile.

Il paper che cambia la conversazione

Nel novembre 2025 il National Bureau of Economic Research ha pubblicato il Working Paper 34459, “The Economic Impact of Brexit”, firmato dal professor Nicholas Bloom di Stanford insieme a quattro economisti della Bank of England. Non si tratta di proiezioni, ma di misurazioni su quasi un decennio di dati reali, provenienti da oltre 7.000 aziende britanniche confrontate con un paniere di 33 economie simili nel mondo.

I risultati sono inequivocabili: entro l’inizio del 2025, la Brexit ha ridotto il PIL britannico tra il 6% e l’8%, gli investimenti delle imprese tra il 12% e il 18%, l’occupazione e la produttività tra il 3% e il 4%. E tra i settori con la più alta esposizione all’Unione Europea, il paper colloca finanza e assicurazioni al vertice assoluto.

Lloyd’s: cento milioni di euro e un’architettura costruita da zero

Nessun settore ha incarnato il paradosso della Brexit quanto il mercato dei Lloyd’s. Con circa il 10% della capacità mondiale nel commercial insurance e nel riassicurativo, Lloyd’s ha perso il passporting il 31 dicembre 2020 e ha risposto creando Lloyd’s Insurance Company S.A. a Bruxelles, operativa dal 2019 con un capitale iniziale di circa 100 milioni di euro e oggi attiva con 18 filiali in tutta l’AEE. Un’architettura regolamentare parallela, costruita da zero, che non ha generato un euro di premi aggiuntivi.

Non è stato solo Lloyd’s. Circa 27 milioni di contratti assicurativi sono stati trasferiti da entità britanniche a entità europee per garantire la continuità delle coperture. Trentacinque nuove subsidiary assicurative sono state costituite in paesi dell’AEE dal 2016 in poi, ognuna con la propria base di capitale, i propri costi di governance e il proprio apparato regolamentare. Costi puri di accesso, il prezzo di mantenere qualcosa che prima era gratuito e automatico.

I numeri

Applicando la metodologia del paper Bloom ai dati ONS Blue Book 2025, l’effetto negativo della Brexit sul settore assicurativo e pensionistico è stimabile tra 3 e 5 miliardi di sterline all’anno entro il 2023. Sommando questo impatto sull’intera decade, con il profilo di accumulo graduale documentato dalla ricerca, la perdita cumulativa si colloca tra 20 e 40 miliardi di sterline. Lo stesso paper lo definisce “illustrative arithmetic” ed è giusto che sia così: non si tratta di una stima peer-reviewed. Ma è aritmetica fondata su dati ufficiali e su una metodologia che ha superato il vaglio accademico. E il suo ordine di grandezza non può essere ignorato.

Quattro meccanismi di danno

Il paper identifica quattro canali attraverso cui la Brexit ha colpito le imprese ad alta esposizione UE, tutti particolarmente pesanti per il settore assicurativo. L’incertezza prolungata ha frenato investimenti in nuovi prodotti e sistemi per anni. Il tempo manageriale divorato dalla preparazione Brexit, tra trasferimenti di portafoglio, compliance paese per paese e ristrutturazione dei trattati riassicurativi, non ha generato un euro di premi. Le barriere commerciali costruite dopo il 2021 sono ora strutturali e permanenti, con un’asimmetria competitiva che avvantaggia i player di Parigi, Dublino e Amsterdam. Infine, la soppressione dell’innovazione: ogni nuovo prodotto per i mercati europei richiede oggi di passare attraverso una subsidiary UE, aggiungendo costi e complessità che smorzano qualsiasi incentivo a sviluppare linee di business orientate al continente.

La Bank of England parla chiaro

In un discorso a Dublino nel maggio 2025, il Governatore Andrew Bailey è stato diretto quanto raramente accade a un banchiere centrale in carica: “Il cambiamento nel rapporto commerciale con l’UE ha pesato sul livello potenziale dell’offerta dell’economia britannica e il paese dovrebbe fare tutto il possibile per minimizzare gli effetti negativi sul commercio.” Parole preparate, non improvvisate. Un attestato inequivocabile che la Brexit ha reso l’economia britannica strutturalmente più piccola.

Quello che deve succedere adesso

Un report del Centre for European Reform pubblicato il 18 giugno 2026 ha rilevato che le esportazioni di servizi finanziari e assicurativi britannici verso l’UE sono calate del 24%. Il panorama diplomatico, tuttavia, sembra in movimento, con un summit UK-UE in programma a luglio. L’obiettivo concreto che il settore dovrebbe perseguire è uno solo: un accordo di equivalenza o di mutuo riconoscimento per i servizi assicurativi. Il Trade and Cooperation Agreement del 2020 ha escluso esplicitamente i servizi finanziari. Un vero accordo di equivalenza eliminerebbe gran parte del costo strutturale del modello a doppia entità, il capitale duplicato, le strutture regolamentari parallele, la frizione quotidiana.

L’industria conosce già i numeri. Renderli pubblici, in un unico documento rigoroso e commissionato dall’ABI e dal London Market Group, cambierebbe la conversazione politica. Dieci anni sono stati sufficienti per accumulare il danno. Sono anche sufficienti per smettere di ignorarlo.

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