Molti di noi, iscritti al RUI ormai da parecchi anni, sono spesso incuriositi dalle domande delle prove d’esame Ivass, anche per esplorarne il tenore e la capacità postuma di superarle alla luce dell’esperienza professionale che abbiamo sino a quel momento maturato.
Nel fare questo esercizio siamo spesso pervasi dal pregiudizio che i quesiti tengano in maggiore conto elementi di normativa e compliance piuttosto che di concreta tecnica assicurativa, e in parte forse abbiamo buoni motivi per giustificare la nostra diffidenza.
Anche perché ci possiamo imbattere in elementari, ma per noi basilari, diversità terminologiche, che segnano ancora la distanza della teoria normativa dal praticato corrente.
Un microesempio lo ricaviamo sfogliando a caso il DATABASE DEI QUESITI PER LE PROVE RUI pubblicato dalla stessa Ivass a Dicembre 2025 e imbattendoci nella seguente domanda:
1588 Tecnica assicurativa (vita e danni)
Il sottoscrittore di una polizza cyber può ridurre i rischi (e quindi il premio pagato) dimostrando che: dispone di adeguati processi di intercettazione degli attacchi e riduzione del rischio residuo
Nel nostro parlato quotidiano al termine sottoscrittore attribuiamo l’identità del soggetto sottoscrittore del rischio e non quello del contraente della polizza, motivo per cui una lettura rapida e così condizionata del quesito ci fa sembrare ovvio il fatto che l’assuntore del rischio possa ridurre il contorno delle garanzie prestate a fronte di un corrispondente contenimento del premio e non viceversa.
Naturalmente il neo intermediario fresco di iscrizione al RUI non può ancora fregiarsi di un distintivo di esperienza e collaudata dimestichezza con le dinamiche dei rischi con i quali si incontrerà, se sarà in grado di riconoscerli e decodificarli, oppure se vi si scontrerà se non disporrà ancora gli strumenti per determinarne il profilo di assumibilità.
Ma cosa intendiamo realmente per tecnica assicurativa?
Per un intermediario, è la capacità di analizzare un rischio, definendone le condizioni di assunzione e contrattuali, determinare i criteri di tariffazione per ottenere il premio sostenibile al quale la compagnia potrebbe essere in grado di assumerlo.
In altre parole, costruirsi una opinione.
Ma dove possiamo attingere gli elementi base della tecnica assicurativa dando per assodato che non sarà certamente l’ottenimento dell’iscrizione al RUI a fare di noi un “opinionista del rischio”, dato che le prove di esame non ne pretendono la premessa didattica?
Dove possiamo ad esempio apprendere e interiorizzare il concetto di MPL (Maximum Probable Loss)e coglierne la differenza da quello di MAS (Maximum Amount Subject) nelle assicurazioni incendio, assimilando il presupposto valutativo del primo e quello aritmetico del secondo?
Come documentiamo la differenza tra inquinamento e contaminazione?
Da dove dobbiamo ricavare la necessità di approfondire ogni rapporto contrattuale, esterno e interno, quando ci viene sottoposto un rischio di RCT diverso da quello del Capofamiglia (comunque dotato anch’esso di eventualità caratterizzanti) per individuare ogni possibile concatenazione e riverberazione di rischio assicurabile?
E l’elenco potrebbe diventare infinitamente lungo.
Fare domande per avere risposte
Sono micropillole provocatorie che esemplificano la necessità di imparare per sapere, per arricchire, senza mai completarlo definitivamente, il nostro baule di informazioni e cognizioni.
Ma per imparare dobbiamo ricercare le esperienze di chi ha vissuto precedenti qualificanti, di chi è ancora testimone attivo di concetti e situazioni che, in un’era ormai maggiorenne, sono quasi completamente assorbiti da sistemi informatici all’interno dei quali operano prodotti standardizzati.
In altre parole bisogna sentire il bisogno di “andare ancora a bottega dai bravi maestri”, forse più numerosi tra le schiere degli intermediari che dei tecnici delle Compagnie.
L’appiattimento delle domande
L’evoluzione della tecnologia può appiattire il bisogno di fare domande, instradandoci unicamente nei binari di quanto caricato a sistema, e ancora più anestetizzante sarà l’introduzione delle attività risolutive e decisionali che l’intelligenza artificiale generativa ci promette di essere in grado di svolgere, inducendoci ad accettare passivamente nuove forme di autarchia cognitiva.
Esiste una vecchia risposta alla altrettanto antica domanda di ogni assicuratore che punta all’arricchimento della propria professionalità: “quando sarò diventato un assicuratore definitivamente evoluto?”
Risposta: “Mai, ma ti ci avvicinerai quando di fronte ad un rischio complesso mai affrontato prima sarai nella condizione di scomporlo, senza fartene intimidire, in una serie di rischi dei quali conosci almeno in parte le soluzioni, per poi ricomporli nella costruzione originaria”.
La premessa è certamente ben rappresentata da quanto Andrea Maura ha recentemente scritto su queste colonne a proposito del processo assicurativo, che deve costituire la dorsale di un metodo, in grado di indicare “quali domande porre e in quali circostanze approfondire, e che devono essere adeguatamente proceduralizzate e tradotte in questionari costruiti su misura del rischio da intermediare, anche quando realizzati con strumenti digitali”
E torniamo al requisito principale della competenza maturata con l’esperienza quotidiana, della curiosità, dedicata all’approfondimento delle cause dei sinistri sia vissuti in prima persona che appresi e documentati da fatti di cronaca dei quali gli attuali mezzi di informazione sono ormai ridondanti.
E’ l’intermediario a dover comporre il puzzle del rischio, ricavandone una immagine da condividere con il vero sottoscrittore, per anticiparne le domande ed evidenziarne le convenienze. Per verificarne le coincidenze se si decide di affidarlo a prodotti standardizzati oppure per tessere un wording adeguato da proporre al mercato.
Per costruire il triangolo base della sottoscrizione: perimetro del rischio- quota ritenuta dall’assicurato-prezzo e quota provvigionale.
Sarà la tecnica assicurativa a fare di noi non un semplice trasportatore di un rischio tutto ancora da interpretare, ma bensì un portatore di condivisa consapevolezza assuntiva.
E soprattutto con la piena convinzione che problemi e soluzioni sono realtà dinamiche che possono mutare nostro malgrado, ponendoci sempre nella condizione di sapere molto di quello che è stato già risolto, ma senza poter nulla immaginare di quanto potrà ancora accadre.
Questa è la vera forza e fragilità delle nostre conoscenze che fortunatamente non ci permette di adagiarci mai in comode consuetudini.











