Un Paese che invecchia senza saperlo affrontare
Partiamo da un dato che dovrebbe far riflettere chiunque operi nel mondo assicurativo e del risk management: nel 2025, l’Italia conta circa 60 milioni di abitanti, di cui gli stranieri rappresentano il 10%. Nel 2050, la proiezione demografica ci consegnerà un Paese di 55 milioni di persone, con il 35% di over 65. Un dato sconvolgente di cui ne parla poco il dibattito politico, anzi direi che lo ignora sistematicamente.
È in questo contesto che Zurich Insurance, in collaborazione con l’istituto di ricerca SWG, ha commissionato nel 2025 un’indagine approfondita dal titolo “Tra risparmio e salute: la nuova mappa dei bisogni di protezione degli italiani”, seguita nel 2026 da un secondo approfondimento dedicato alla longevità: “Longevity tra opportunità e fragilità: gli italiani e la sfida di una vita più lunga”. I risultati, presentati il 20 maggio 2026, ci restituiscono il ritratto di un Paese sospeso tra consapevolezza emotiva e immobilità strutturale.
Quello che la ricerca 2025 aveva già detto
La ricerca del 2025 aveva già fotografato alcune verità scomode:
Gli italiani sono consapevoli che la domanda di servizi sanitari aumenterà. La non autosufficienza è tra gli eventi più temuti, sia da chi non saprebbe come affrontare l’ipotesi di dover gravare sui propri familiari, sia da chi si sente semplicemente impreparato di fronte all’eventualità di trovarsi senza un supporto adeguato.
Ma c’è un dato che, nel 2025, aveva rappresentato una vera svolta culturale: per la prima volta, le polizze assicurative hanno superato gli investimenti immobiliari come strumento percepito per proteggere la famiglia in caso di imprevisti. E oltre il 70% degli italiani riconosce alle assicurazioni un ruolo chiave nell’affrontare le sfide legate alla longevità. Cresce la fiducia verso la protezione assicurativa sulla vita, ma 1 italiano su 2 ne sovrastima ancora i costi. Numeri importanti, che tuttavia rischiano di restare lettera morta se non si passa dalla percezione all’azione.
La longevità piace, ma fa paura: il paradosso degli italiani
Il nuovo sondaggio 2026 apre con una domanda semplice e diretta: la prospettiva di vivere più a lungo, grazie alla medicina e alla tecnologia, piace o no?
Il 63,8% degli italiani risponde di sì. Ma i dati per generazione raccontano una storia più articolata.
Tra i Baby Boomer (nati tra il 1946 e il 1964, oggi tra i 62 e gli 80 anni) il gradimento raggiunge il 63,5%. Tra la Gen X (nati tra il 1965 e il 1980, oggi tra i 46 e i 61 anni) sale al 66,7%, il dato più alto di tutte le coorti. Tra i Millennial (nati tra il 1981 e il 1996, oggi tra i 30 e i 45 anni) si attesta al 63,3%. È tra i giovani della Gen Z (nati tra il 1997 e il 2012, oggi tra i 14 e i 29 anni) che il consenso scende al 57,7%, con un 29,4% che dichiara di non sapere come esprimersi e un 12,9% che si dice esplicitamente contrario.
Il paradosso è evidente: i più giovani, quelli che più a lungo dovranno convivere con la realtà della longevità, sono anche i più scettici e i meno certi. Forse perché intuiscono, prima degli altri, che il sistema non è pronto a sostenerli.
Vivere di più: tra il sogno degli affetti e l’incubo della malattia
Quando si chiede agli italiani quali benefici intravedono nel vivere più a lungo, il quadro che emerge è profondamente umano. Stare insieme alla famiglia è il principale beneficio della longevità. E i numeri confermano: il beneficio più citato in assoluto è passare più tempo con le persone a cui si vuole bene, con il 51,4% complessivo che sale al 58,1% tra i Baby Boomer (62-80 anni) e scende al 45,8% tra la Gen Z (14-29 anni).
Seguono avere più tempo per dedicarsi a ciò che si ama (42,2% complessivo, con picco del 45,7% tra i Baby Boomer) e vedere la propria famiglia evolversi e crescere (40% complessivo, con il valore più alto tra i Baby Boomer al 51%). Fare più esperienze e vivere vite diverse raccoglie il 31,3% complessivo, con la Gen Z al 33,7% e i Baby Boomer al 22,3%.
Per i giovani della Gen Z (14-29 anni), però, la longevità porta con sé anche qualcosa di peculiare e generazionalmente specifico: il 15,3% vede nella vita più lunga uno spazio per “andare a tentativi, fare prove ed errori”, contro il 6,7% dei Baby Boomer. Un dato che dice molto sulla precarietà esistenziale di una generazione che non si sente ancora pienamente stabilizzata e che vive la lunghezza della vita come un’opportunità di aggiustamento del tiro, più che come una certezza conquistata.
Ma è sul fronte dei timori che i numeri diventano più rivelatori. Il principale timore legato a una vita più lunga è, per tutte le generazioni, ammalarsi o vivere una condizione di salute precaria più a lungo. Il dato complessivo è del 57,9%, ma la distribuzione generazionale è illuminante: i Baby Boomer (62-80 anni) toccano il 70%, i Millennial (30-45 anni) il 55,3%, la Gen X (46-61 anni) il 61,2%, mentre la Gen Z (14-29 anni) si ferma al 48,3%, probabilmente perché la malattia, a quell’età, appare ancora lontana.
l principale timore è quindi la salute e poi c’è un tema di sostenibilità finanziaria. Al secondo posto troviamo infatti il timore di non avere risparmi sufficienti per invecchiare serenamente (35,7% complessivo), con la Gen X (46-61 anni) particolarmente preoccupata su questo fronte al 39,8%, un dato che riflette la fase della vita in cui si comincia concretamente a fare i conti con la previdenza. Al terzo posto la paura di vedere invecchiare o soffrire le persone amate (34,5%), sostanzialmente omogenea tra le generazioni. Significativo il dato sul dover lavorare più a lungo, che preoccupa soprattutto la Gen Z al 28,7% e i Millennial al 26,9%, mentre tocca solo il 13,8% dei Baby Boomer, già fuori o prossimi all’uscita dal mercato del lavoro.
La longevità come problema di sistema, non come opportunità
Uno dei passaggi più rilevanti della ricerca riguarda la percezione collettiva della longevità come fenomeno sociale. Alla domanda su quanto gli italiani si trovino d’accordo con alcune affermazioni, emerge un quadro di lucido pessimismo strutturale.
Il 90% degli intervistati concorda sul fatto che invecchiare in salute dipenda più dallo stile di vita quotidiano che dalla genetica. Un dato incoraggiante, che testimonia una crescente cultura della prevenzione trasversale a tutte le età.
Ma il 71,8% ritiene che la longevità sarà un problema per il Paese, perché lo Stato non riuscirà a mantenere più persone a lungo. Il 71% concorda anche sul fatto che la vita debba fare il suo corso e che bisogna accettare l’invecchiamento senza forzare la longevità. E solo il 51,6% la vede come un’opportunità, nella misura in cui le persone invecchieranno in salute gravando meno sullo Stato.
Siamo davanti a un Paese che non crede nel proprio sistema di welfare: più di 7 italiani su 10 prevedono che lo Stato non reggerà il peso di una popolazione sempre più anziana. Una sfiducia strutturale che, paradossalmente, non si traduce ancora in comportamenti assicurativi adeguati.
La non autosufficienza: un rischio concreto vissuto come astratto
Ed è qui che arriviamo al cuore del problema, quello che chi lavora nelle assicurazioni conosce bene ma che fatica a trasferire al grande pubblico: la non autosufficienza.
L’84,1% degli italiani dichiara di essere preoccupato dall’eventualità che sé stesso o un proprio caro possa diventare non autosufficiente. Una percentuale che sale all’89% tra i Baby Boomer (62-80 anni) e all’86,9% tra la Gen X (46-61 anni), scende all’82,2% tra i Millennial (30-45 anni) e si ferma, ma resta altissima, al 78,4% tra la Gen Z (14-29 anni).
C’è un timore, ma non c’è una reazione. Eppure la non autosufficienza è un tema conosciuto che tocca spesso parenti, amici, vicini magare per un incidente grave subito o l’involuzione di una malattia.
Nonostante questa consapevolezza emotiva diffusissima, quando si chiede agli italiani su quale strumento conterebbero in caso di perdita dell’autosufficienza, le risposte rivelano una ingenuità strutturale.
Al primo posto si posiziona il contributo statale dedicato alle persone non autosufficienti (38,2%), nonostante la pensione di invalidità oggi ammonti intorno ai 500 euro mensili. Importo assolutamente insufficiente, ad esempio per pagare una badante o un care giver.
Al secondo posto i risparmi personali o familiari (37,1%). Gli italiani considerano sempre i risparmi non investiti come un cuscinetto per imprevisti. Questo mostra un’ingenuità di fondo soprattutto di fronte ad un rischio come quello della non autosufficienza in cui non sai quando inizia e quando finisce, quanto costa dover dipendere da un’altra persona, quanti soldi dovresti mettere da parte per affrontare questo rischio.
Solo al terzo posto compare la polizza assicurativa (27,5%), seguita da un fondo pensionistico (24,1%), un immobile da mettere a rendita (15,1%) e un prodotto di investimento (11,3%). Una polizza assicurativa viene quindi considerata il primo investimento privato per far fronte alla non autosufficienza.
La consapevolezza sulle polizze LTC: ancora troppo bassa
Siamo allora alla domanda finale, quella che ogni professionista del settore conosce e teme: quanti italiani sanno effettivamente che esistono polizze assicurative che garantiscono una rendita mensile per tutta la vita in caso di perdita dell’autosufficienza?
Solo il 24,5% dichiara di esserne informato. Il 42,5% ne ha sentito parlare ma non conosce i dettagli. Il 33% non lo sapeva affatto.
Il dettaglio per generazioni è istruttivo e preoccupante in egual misura. Tra la Gen Z (14-29 anni) solo il 13,5% si dichiara informato, con un 49,2% che non ne sapeva nulla. Tra i Millennial (30-45 anni) la consapevolezza sale al 22,2%, ma il 34,3% resta del tutto all’oscuro. La Gen X (46-61 anni) raggiunge il 29,9% di informati, con un 26,6% di ignari. I Baby Boomer (62-80 anni) toccano il 28,6% di informati e il 26,8% di chi non ne aveva mai sentito parlare.
La conoscenza cresce con l’età ma rimane complessivamente insufficiente per un rischio che riguarda tutti, indipendentemente dall’anagrafe. E il mercato lo conferma plasticamente: in Italia esistono più di 3 milioni di polizze vita, ma appena 130.000 polizze LTC. Un divario enorme, sintomo di un gap informativo e culturale che il settore assicurativo non può più permettersi di ignorare.
Altrettanto significativi sono i dati sull’intenzione d’acquisto. Tra chi non possiede ancora una polizza per la non autosufficienza, il 47,4% dichiara di poterla valutare. Il dato per generazioni racconta una curiosità trasversale: la Gen Z (14-29 anni) al 49,5%, i Millennial (30-45 anni) al 43,2%, la Gen X (46-61 anni) al 50% e i Baby Boomer (62-80 anni) al 45,5%. Un mercato potenziale enorme, che attende solo di essere educato e accompagnato verso la decisione.
Il mercato assicurativo comincia a dare le prime risposte
Le soluzioni proposte dal mercato assicurativo sono spesso polizze individuali.
Interessante la proposta di Zurich presentata il 20 Maggio da Renato Antonini, Amministratore Delegato di Zurich Investments Life e Claudio Raimondi, Amministratore Delegato di Zurich 4Care. Zurich4Care è la prima e unica proposta di Voluntary Benefit completamente digitalizzata nel mercato italiano.
Il modello è B2B2E, ovvero Business to Business to Employee: i clienti target sono i dipendenti di aziende e i membri di associazioni, raggiunti attraverso accordi con i loro datori di lavoro o enti di appartenenza. Il premio è di gruppo e fisso, ma la polizza viene gestita su base individuale. E soprattutto, non comporta alcun costo diretto o indiretto per i datori di lavoro o le associazioni che promuovono la proposta. Il costo viene sostenuto dal dipendente che aderisce alla proposta.
I numeri del prodotto parlano chiaro nella loro accessibilità: premio medio di circa 150 euro all’anno, rendita mensile in caso di non autosufficienza di 1.400 euro al mese, struttura organizzata in quinquenni in continuità assicurativa di stabilità del premio da pagare. Occorre aderire entro i 70 anni e la copertura rimane anche quando si va in pensione.
Dal 2020 ad oggi, Zurich4Care ha raggiunto oltre 106.000 clienti, con un tasso medio annuo di conservazione del 96% e circa 85.000 contratti in vigore. La rete distributiva conta oltre 150 accordi di distribuzione e più di 1.000 agenti Zurich attivi. La quota di mercato 2025 sui nuovi contratti LTC individuali di Ramo IV si attesta al 26%, un dato che posiziona Zurich come player di riferimento assoluto in questo segmento.
I canali di distribuzione coprono un ampio spettro: aziende e gruppi industriali, ordini professionali e associazioni di categoria, sindacati, portafogli clienti broker, casse sanitarie e fondi pensione, pubblica amministrazione. Una rete capillare che consente di raggiungere esattamente quelle collettività che i dati SWG indicano come le più bisognose di educazione e protezione.
Perché questo modello ci riguarda da vicino
Per chi, come i lettori di BrokerChannel, lavora ogni giorno nel brokeraggio e nel risk management, la lezione che emerge da questa ricerca è diretta e senza possibilità di equivoci.
C’è un rischio enorme, conosciuto, temuto, ma sistematicamente sottovalutato nella sua concretezza operativa. C’è un mercato potenziale vastissimo, con 3 milioni di polizze vita contro 130.000 polizze LTC. C’è una soluzione accessibile, digitalizzata, pensata per raggiungere le collettività attraverso i canali che i broker già presiedono.
Il ruolo del broker, in questo contesto, non è semplicemente quello di distribuire un prodotto. È quello di colmare un gap culturale, di tradurre un’ansia diffusa e spesso inconsapevole in una decisione concreta e pianificata. È quello di spiegare a un Millennial di 35 anni (30-45 anni) che il rischio non autosufficienza non riguarda solo i propri genitori Baby Boomer. È quello di aiutare un professionista della Gen X di 52 anni (46-61 anni), che si preoccupa più di tutti per la propria previdenza, a capire che una polizza LTC è parte integrante di qualsiasi piano finanziario serio. Ed è quello di intercettare quella Gen Z (14-29 anni) che già immagina la longevità come un territorio da esplorare per tentativi, offrendole strumenti concreti per farlo in sicurezza.
La longevità non è un problema del futuro. È già qui, nei numeri demografici, nelle famiglie che accudiscono genitori anziani, nei risparmi che si erodono. Come ha scritto sopra con una sintesi che vale più di qualsiasi analisi: “C’è un timore, ma non c’è una reazione.” Il compito di chi lavora nelle assicurazioni è esattamente questo: trasformare il timore in reazione. Prima che sia troppo tardi.











