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Rischio politico, la violenza entra nel perimetro dei grandi rischi

BrokerChannel.it di BrokerChannel.it
21/05/2026
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Guerre, disordini civili

Guerre, disordini civili e sabotaggi spingono le imprese a rivedere mappe di esposizione, coperture PVT e strategie di continuità operativa.

La violenza politica non è più un rischio periferico, circoscritto a mercati considerati instabili o a singole aree geografiche. Nel 2026 entra con maggiore forza nelle valutazioni delle imprese globali e nella pianificazione assicurativa del segmento corporate. Il dato più rilevante è il salto del rischio politico e della violenza al settimo posto dell’Allianz Risk Barometer 2026, il livello più alto mai raggiunto da questa categoria di rischio. L’indagine si basa sulle risposte di 3.338 esperti di risk management provenienti da 97 Paesi e territori.

Dal rischio emergente al rischio di portafoglio

Il segnale riguarda direttamente assicuratori, broker e risk manager: la violenza politica si sta spostando dal terreno dell’evento eccezionale a quello della gestione ordinaria dei grandi rischi. Non significa che ogni impresa abbia la stessa esposizione, ma che il perimetro da analizzare si è ampliato. Catene di fornitura internazionali, siti produttivi, infrastrutture logistiche, asset energetici, reti digitali e presenza commerciale in Paesi terzi possono trasformare un evento geopolitico in una perdita operativa, finanziaria o assicurativa.

Nel Barometro Allianz, i rischi politici e la violenza comprendono guerra, instabilità politica, terrorismo, polarizzazione, colpi di Stato, disordini civili, scioperi, sommosse e saccheggi. La loro ascesa è significativa anche perché si inserisce in una classifica già dominata da rischi complessi: cyber, intelligenza artificiale, business interruption, cambiamenti normativi, catastrofi naturali e cambiamento climatico. Il punto non è la sostituzione di un rischio con un altro, ma la loro crescente interdipendenza.

Per il mercato assicurativo questo cambia il modo di leggere le esposizioni. Un disordine civile può generare danni materiali, interruzione di attività, perdita di accesso a un sito, danni indiretti e richieste di indennizzo su più linee. Un conflitto può bloccare fornitori critici, alterare rotte commerciali, incrementare costi logistici e rendere più fragile la continuità operativa. Un sabotaggio fisico o digitale può colpire infrastrutture essenziali senza assumere la forma tradizionale di un attacco terroristico.

La guerra supera i disordini civili nelle preoccupazioni delle imprese

Il cambiamento più netto riguarda la percezione del pericolo principale. Secondo il report “Political violence and civil unrest trends 2026” di Allianz Commercial, la guerra è oggi l’esposizione di violenza politica più temuta dalle imprese, indicata dal 53% dei rispondenti a livello globale. I disordini civili seguono al 49%, mentre terrorismo e sabotaggio si collocano al 46%. In Europa e Asia-Pacifico la quota di chi indica la guerra come rischio principale si attesta intorno al 60%.

Il dato va letto oltre la cronaca dei singoli conflitti. Per un’impresa, l’esposizione alla guerra non coincide soltanto con la presenza fisica in un Paese coinvolto. Può emergere attraverso fornitori, clienti, rotte marittime, infrastrutture energetiche, stabilimenti terzi, materie prime, componentistica o dipendenze digitali. Questo allarga la responsabilità della funzione risk management e rende più delicata la fase di raccolta informazioni da parte degli intermediari.

La qualità dei dati diventa un fattore di sottoscrizione. Localizzazione degli asset, dipendenza da fornitori unici, clausole contrattuali, piani di continuità, misure di sicurezza, esposizioni cyber e scenari di blocco logistico incidono sulla valutazione del rischio. Per i broker, il dialogo con il cliente corporate si sposta quindi dalla sola ricerca della copertura alla costruzione di una rappresentazione credibile dell’esposizione.

Business interruption e supply chain diventano il nodo tecnico

La business interruption è uno dei punti più sensibili. Allianz evidenzia che le imprese colpite da conflitti armati possono affrontare interruzioni della catena di fornitura, perdita di accesso ai mercati, cyber attacchi e sabotaggi. Prima dell’attuale conflitto tra Stati Uniti e Iran, l’esposizione degli asset aziendali ad aree di conflitto era già aumentata di oltre il 20% negli ultimi cinque anni, secondo le stime richiamate dal report.

La risposta delle aziende si sta muovendo su più fronti. Il 49% dichiara di voler rinegoziare e diversificare le catene di fornitura, il 35% valuta nearshoring o opzioni produttive domestiche, mentre il 32% punta a migliorare la gestione delle scorte, anche attraverso aree di libero scambio. Sono scelte industriali e operative, ma hanno ricadute assicurative evidenti: cambiano ubicazioni, concentrazioni di rischio, valori assicurati, tempi di ripristino e scenari di perdita massima prevedibile.

Per chi intermedia programmi corporate, questo impone una revisione più frequente delle informazioni di portafoglio. Un programma costruito su una mappa di fornitori non aggiornata può sottostimare esposizioni critiche. Allo stesso modo, una copertura business interruption che non considera adeguatamente dipendenze indirette, denial of access o contingent business interruption rischia di risultare non allineata alla reale vulnerabilità dell’impresa.

Il mercato PVT davanti a nuove valutazioni di accumulo

L’aumento della violenza politica mette sotto pressione anche il mercato Political Violence & Terrorism. Allianz Commercial segnala che il conflitto in Medio Oriente potrebbe generare perdite significative in alcune aree e richiedere nuove valutazioni per settori e regioni selezionate. Secondo le stime richiamate dalla compagnia, il quantum potenziale delle perdite finanziarie potrebbe superare quello dei sinistri PVT collegati alla guerra in Ucraina.

Per gli assicuratori, il tema centrale è l’accumulo. I rischi politici hanno spesso una dimensione geografica, settoriale e infrastrutturale che può produrre concentrazioni difficili da modellizzare. Le esposizioni non sono sempre immediatamente visibili: un attacco a un’infrastruttura critica, un blocco di un porto, una sommossa urbana o un sabotaggio su una rete energetica possono coinvolgere simultaneamente più assicurati e più garanzie.

Anche i disordini civili restano un fronte rilevante. Allianz Research ha tracciato circa 250 eventi di scioperi, sommosse e disordini civili negli ultimi cinque anni, considerando episodi con più di 1.000 partecipanti e durata superiore a un giorno. Il Pakistan registra il maggior numero di eventi, seguito dall’Indonesia; tra i Paesi con frequenza elevata compaiono anche Stati Uniti, Grecia, Tunisia, Ungheria, Iran e India.

A questa dinamica si aggiunge il sabotaggio, anche con matrice statuale. Gli attacchi a infrastrutture critiche, compresi cavi sottomarini e asset energetici, sono aumentati negli ultimi 18 mesi, con impatti che non sempre si traducono in danni materiali estesi ma possono generare costi di sicurezza, monitoraggio e continuità operativa.

Una consulenza più integrata tra coperture, prevenzione e scenario analysis

La crescita del rischio politico modifica il ruolo della consulenza assicurativa. Non basta verificare se una polizza includa terrorismo, sommosse, scioperi o danni da guerra. Occorre capire come le diverse clausole interagiscono con property, marine cargo, cyber, business interruption, trade credit, D&O e programmi internazionali. Le esclusioni, i sottolimiti, le franchigie, le definizioni di evento, le condizioni territoriali e le clausole di aggregazione diventano elementi decisivi.

Per le PMI internazionalizzate, il tema è spesso ancora più delicato. Molte imprese non hanno strutture interne di risk management comparabili a quelle delle grandi multinazionali, ma operano comunque dentro catene del valore globali. Un blocco logistico, un fornitore irraggiungibile o un mercato improvvisamente inaccessibile possono generare effetti sproporzionati rispetto alla dimensione aziendale.

La risposta assicurativa deve quindi integrarsi con la prevenzione. Mappatura degli asset, analisi dei fornitori critici, valutazione dei Paesi, piani di continuità, protocolli di sicurezza fisica e digitale, stress test sulle scorte e verifica dei contratti commerciali sono tasselli della stessa architettura. La polizza resta centrale, ma funziona meglio quando è costruita su dati aggiornati e su scenari realistici.

L’ascesa della violenza politica nell’agenda delle imprese non va letta come un allarme episodico. È un indicatore della trasformazione del rischio corporate: più interconnesso, più geopolitico, più esposto a eventi simultanei. Per il mercato assicurativo, la sfida sarà tradurre questa complessità in sottoscrizione sostenibile, programmi coerenti e consulenza capace di anticipare le vulnerabilità prima che diventino sinistri.

Tags: business interruptionPolizze Violenza PoliticaPVTRisk Managementsupply chain
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