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Home Editoriali

Consulenza inadeguata e truffe dei collaboratori: così cambia il profilo di rischio degli intermediari assicurativi

Salvatore Infantino di Salvatore Infantino
03/10/2026
A A
CESIA

Dieci anni di sinistri RC: una fotografia che cambia

Il CESIA, Centro Studi Intermediazione Assicurativa, ha pubblicato la decima edizione del suo Annual Report, presentata il 21 maggio scorso a Roma. Un anniversario che è soprattutto un’occasione preziosa per leggere con occhi nuovi una decade di dati sui sinistri di responsabilità civile professionale degli intermediari assicurativi. Quello che emerge non è semplicemente una variazione statistica: è il racconto di una trasformazione strutturale nel modo in cui si sbaglia, si pecca di omissione e, in alcuni casi, si commettono illeciti deliberati all’interno delle reti distributive assicurative italiane.

I numeri raccontano una storia chiara, e vale la pena leggerla fino in fondo.

Il sorpasso silenzioso: la consulenza supera l’errore amministrativo

Per anni, il difetto amministrativo ha dominato incontrastato la classifica delle cause di sinistro RC per gli intermediari. Nel 2016 rappresentava il 48,04% dei sinistri per numero e il 39,50% per valore economico. Era la voce più pesante, quella su cui si concentravano i programmi di formazione, i controlli interni, le raccomandazioni di vigilanza.

Nel 2025 quella percentuale è scesa al 41,10% per numero e, soprattutto, al 25,10% per valore. Una contrazione significativa, che racconta una storia di miglioramento reale: i processi si sono digitalizzati, le procedure si sono standardizzate, la cultura della correttezza operativa ha fatto progressi concreti.

Ma mentre l’errore amministrativo arretrava, un’altra voce avanzava con costanza. Il difetto di consiglio, consulenza e obbligo di informazione è passato dal 28,43% al 35,20% per numero di sinistri e, soprattutto, dal 33,45% al 39,80% per valore economico. Il sorpasso sul fronte economico è già avvenuto: quasi quattro euro su dieci di sinistro RC derivano oggi da una consulenza inadeguata o da un’informazione carente al cliente. Non da un errore burocratico, non da una distrazione operativa, ma da una relazione professionale che non ha funzionato come avrebbe dovuto.

Le ragioni di questo trend sono almeno tre. La prima è normativa: il recepimento della Direttiva IDD ha innalzato in modo significativo gli standard di adeguatezza e di informazione precontrattuale richiesti agli intermediari, ampliando di fatto il perimetro entro cui può configurarsi una responsabilità professionale. La seconda è culturale: i clienti sono oggi più consapevoli dei propri diritti e più pronti a farli valere, anche in sede legale. La terza è strutturale: la crescente complessità dei prodotti assicurativi, specie nel ramo vita e nei prodotti ibridi, rende il momento del consiglio professionale un terreno sempre più scivoloso, dove l’errore di valutazione o la lacuna informativa si traducono con maggiore facilità in un contenzioso.

La truffa che cresce nell’ombra: l’infedeltà dei collaboratori

Il dato che forse più dovrebbe far riflettere il mercato, tuttavia, non riguarda né gli errori amministrativi né i difetti di consulenza. Riguarda le truffe commesse dai collaboratori degli intermediari, una voce che in dieci anni ha registrato una crescita costante e preoccupante.

Nel 2016 i sinistri da infedeltà rappresentavano il 17,65% per numero e il 22,50% per valore. Nel 2025 siamo al 21,50% e al 28,90%. Quasi un terzo del valore economico complessivo dei sinistri RC degli intermediari deriva oggi da comportamenti fraudolenti interni alle reti distributive. Non da errori, non da incompetenza, ma da scelte deliberate di appropriarsi di denaro altrui, falsificare documenti, sottrarre premi.

Perché questo fenomeno cresce? Le ragioni sono molteplici e si intrecciano. L’Italia detiene il primato europeo per numero di collaboratori degli intermediari assicurativi, una caratteristica strutturale del nostro mercato che amplifica enormemente il perimetro del rischio. A questa peculiarità si aggiungono presidi organizzativi interni spesso inadeguati, soprattutto nelle reti di piccole e medie dimensioni, dove i controlli ex ante sono rari e quelli ex post arrivano quando il danno è già fatto.

C’è poi un fattore tecnologico che non va sottovalutato: la falsificazione di documenti assicurativi è oggi enormemente più semplice rispetto a dieci anni fa. Strumenti digitali accessibili a chiunque consentono di alterare polizze, ricevute e quietanze con una facilità che avrebbe dell’incredibile fino a pochi anni fa. E la diffusione di fenomeni come il riciclaggio di denaro sporco attraverso le reti assicurative aggiunge un ulteriore livello di complessità a un problema già serio.

Su questo fronte è intervenuta di recente anche la Corte di Cassazione, con la sentenza del 16 marzo 2026, numero 5911, che ha sancito la responsabilità solidale delle compagnie mandanti con l’intermediario per gli illeciti commessi dal subagente. Una pronuncia che ridisegna le responsabilità dell’intera filiera distributiva e che rende urgente, per le imprese di assicurazione, una riflessione seria sulla governance delle reti secondarie. Non è più possibile considerare la supervisione dei subagenti come un problema che riguarda esclusivamente il broker o l’agente.

Prevenire, non rincorrere

La lettura di questi dati porta a una conclusione scomoda ma inevitabile: il mercato assicurativo italiano ha ancora un problema culturale con la prevenzione. Si tende a intervenire a sinistro avvenuto, a rivedere le procedure dopo che il danno è già stato fatto, a formare i collaboratori quando il contenzioso è già aperto.

Eppure gli strumenti ci sono. La tracciabilità della relazione con il cliente, anche attraverso supporti digitali, è oggi una tutela fondamentale per l’intermediario: in caso di contestazione sulla qualità del consiglio fornito, poter dimostrare l’iter del processo di adeguatezza non è un optional burocratico, è la differenza tra un sinistro e una difesa vincente. Analogamente, l’adozione di indicatori di rischio comportamentale all’interno delle reti secondarie, capaci di segnalare anomalie prima che si trasformino in illeciti, è una frontiera ancora largamente inesplorata dalla maggior parte degli operatori.

Il CESIA, in dieci anni, ha contribuito a costruire un framework di riferimento per la prevenzione dei sinistri RC. I dati che ha prodotto e reso pubblici sono oggi uno strumento prezioso per chi vuole capire non solo cosa è andato storto, ma perché, e come evitare che si ripeta.

Una sola direzione possibile

Quello che emerge con chiarezza dall’analisi di un decennio di sinistri è che il profilo di rischio dell’intermediario assicurativo si è spostato in modo irreversibile. La competenza tecnica, da sola, non basta più. Servono cultura della consulenza, presidio delle reti, strumenti di controllo e una governance della distribuzione che coinvolga tutta la filiera, dalle imprese mandanti fino all’ultimo dei collaboratori iscritti al RUI.

Il cliente è cambiato, la normativa è cambiata, la tecnologia ha cambiato gli strumenti del rischio. Il mercato non può permettersi di restare fermo.

Tags: canali distributiviCESIAcomplianceDistribuzione AssicurativaIntermediari AssicurativiRC Professionale
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