La decima edizione dell’osservatorio promosso da Generali Italia con le maggiori confederazioni fotografa un welfare d’impresa che non cresce più in estensione, ma in qualità. Il 76,5% delle piccole e medie imprese ha raggiunto almeno un livello medio, e dove il welfare è gestito come strategia si accompagna a produttività e redditività sopra la media. Le aziende chiedono aiuto a costruire i piani: uno spazio di consulenza che oggi presidia qualcun altro.
Il welfare aziendale delle piccole e medie imprese italiane ha smesso di misurarsi con il numero di benefit distribuiti. La decima edizione del Welfare Index PMI 2026, presentata il 1° luglio a Palazzo della Cancelleria a Roma, racconta un mercato entrato nella maturità: dopo un decennio di diffusione, la partita si sposta sull’efficacia e sulla capacità di produrre un impatto reale su lavoratori, famiglie e territori. È un passaggio che porta il baricentro dal prodotto alla gestione, e che apre un varco di consulenza ancora in gran parte da occupare.
Dieci anni di diffusione, ora pesa la qualità
I numeri del decennio raccontano un fenomeno che si è allargato fino a diventare prassi. Le imprese esaminate sono passate da 2.140 nel 2016 a 7.087 in questa edizione, in una platea che va dai 6 ai 1.000 addetti. Il 76,5% ha raggiunto almeno un livello medio di welfare; la fascia iniziale si è dimezzata (dal 48,9% al 23,4%), mentre i livelli alto e molto alto sono triplicati, dal 10,3% al 33,9%.
L’osservatorio legge in questi movimenti tre cicli distinti: una fase espansiva tra il 2016 e il 2019, una fase adulta fino al 2024, e ora una fase d’impatto in cui la crescita si gioca sulla qualità di chi già fa welfare, più che sul numero di nuove imprese che entrano. La spinta, in altre parole, è diventata interna alle aziende attive, orientata all’integrazione e all’efficacia più che all’adozione.
«Il rapporto Welfare Index Pmi 2026 conferma come il welfare aziendale sia oggi parte integrante delle strategie d’impresa e una leva concreta di crescita, capace di generare valore per i dipendenti, le loro famiglie e i territori», ha commentato Giancarlo Fancel, country manager e ceo di Generali Italia, a dieci anni dall’avvio del progetto realizzato con Confindustria, Confagricoltura, Confartigianato, Confprofessioni e Confcommercio.
Quando il welfare entra nei conti
La fotografia più interessante è la polarizzazione dei modelli. Le imprese con un welfare pienamente strategico sono salite al 19,0%, dall’8,5% del 2016: è la classe cresciuta di più. Sul fronte opposto il welfare di sola conformità, quello che si limita agli obblighi, si è più che dimezzato, dal 42,7% al 18,2%. In mezzo restano il welfare premiante (31,7%) e quello in evoluzione (31,1%).
La distinzione pesa, perché si riflette sui bilanci. L’analisi economica condotta su un campione di 3.823 imprese associa il welfare più evoluto a una performance nettamente superiore: fatturato per addetto vicino ai 396mila euro, quasi il 20% sopra la media, utile per addetto più alto di oltre il 40%, occupazione cresciuta fino al 20,4% contro il 10,7% delle imprese meno strutturate. Il rapporto invita a leggere questa relazione come bidirezionale, un circuito virtuoso più che un rapporto lineare di causa ed effetto: le imprese che vanno bene investono in welfare, e il welfare ben gestito le aiuta ad andare meglio. Nel gruppo del welfare strategico, nove imprese su dieci raggiungono un impatto sociale elevato.
Sanità e previdenza reggono, la non autosufficienza resta scoperta
Sul terreno più vicino all’assicurazione, la penetrazione è reale ma selettiva. La sanità integrativa entra nelle PMI soprattutto attraverso il fondo di categoria, presente nel 32,4% dei casi, mentre la polizza sanitaria aziendale si ferma all’11,0%. La previdenza complementare vede il 40,3% delle imprese aderire al fondo di categoria, quota che sale al 57,8% tra le aziende a welfare strategico e supera il 71% oltre i 250 addetti. La copertura, insomma, cresce con la dimensione e con la maturità gestionale.
C’è però un’area quasi vuota. L’assistenza ai familiari non autosufficienti, sotto forma di servizi o rimborsi, è offerta appena dall’1,4% delle imprese: il capitolo meno presidiato di tutti, in un Paese dove la spesa sanitaria privata delle famiglie sfiora i 40 miliardi, dove più della metà di chi ha sostenuto spese sanitarie ha rinunciato ad almeno una prestazione e dove il 46% dei pensionati riceve meno di mille euro al mese. Sono i bisogni che il welfare pubblico fatica a coprire e che il welfare aziendale, per ora, tocca solo in parte. Non a caso proprio previdenza e sanità integrativa sono i cantieri su cui l’industria assicurativa ha rilanciato l’idea di un secondo e terzo pilastro, come emerso dalle proposte dell’ANIA all’ultima assemblea annuale.
Il quadro si completa con un dato controcorrente: la conciliazione tra vita e lavoro arretra. Dopo il picco degli anni della pandemia, la flessibilità oraria scende dal 41,3% al 38,6% e lo smart working dal 21,4% al 17,0%, segno che alcune misure introdotte per necessità non si sono radicate nella cultura d’impresa.
Il differenziale è gestionale, e la consulenza ha già un titolare
Il messaggio di fondo del rapporto è che a fare la differenza non è la dotazione di benefit, ma la capacità di gestirli. Solo il 33,2% delle imprese dichiara di conoscere con precisione le norme fiscali del welfare, una quota che raddoppia tra le aziende più evolute. Il coinvolgimento diretto dei lavoratori, con indagini e incontri, si ferma in media al 40,6%. Sono proprio questi i fattori, insieme alla comunicazione interna, che separano il welfare che funziona da quello che resta sulla carta.
Qui si apre il nodo distributivo. Quando le PMI cercano informazioni e supporto, si rivolgono nel 64,8% dei casi a commercialisti e consulenti del lavoro, e solo nel 22,5% alle associazioni di categoria. Eppure, tra le esigenze che le imprese esprimono in modo esplicito, ai primi posti figurano il sostegno per strutturare piani adatti al proprio settore, la formazione specializzata e la costruzione di reti che aggreghino la domanda. È una richiesta di progettazione, non di catalogo, e riguarda esattamente il perimetro in cui l’intermediario può muoversi: la lettura dei bisogni, l’integrazione tra sanità, previdenza e protezione, l’ottimizzazione fiscale, la misurazione dell’impatto.
Resta il fatto che questa domanda è reale e in crescita, mentre il canale che la intercetta è ancora un altro. Per broker e consulenti la posta non è vendere una polizza aziendale in più, ma conquistarsi un ruolo di regia sul welfare mix delle imprese, soprattutto quelle piccole che non hanno strutture interne dedicate e che oggi affrontano il tema in ordine sparso. Il Welfare Index PMI mostra dove quel valore non è ancora presidiato: la fiscalità, l’integrazione strategica, la copertura della non autosufficienza. Chi saprà tradurre la domanda diffusa delle PMI in una progettazione competente troverà lì il proprio spazio di crescita, più che nell’ampiezza del paniere di benefit.










