Il mercato assicurativo italiano corre verso nuovi record. Secondo recenti analisi, nel 2025 la raccolta premi ha toccato i 182 miliardi di euro. Eppure, dietro queste cifre incoraggianti, si nasconde una fragilità strutturale che non possiamo più ignorare: le reti tradizionali invecchiano e si restringono. Negli ultimi dieci anni il numero degli agenti è diminuito del 30% e oggi la metà degli operatori ha un’età compresa tra i 50 e i 62 anni. Il settore del brokeraggio vive un forte consolidamento, spinto da grandi gruppi e fondi di private equity, ma per sostenere questa evoluzione industriale servono nuove leve.
Il vero collo di bottiglia per l’accesso alla professione rimane la Prova di Idoneità IVASS per le sezioni A e B del RUI. Un esame che, nei numeri e nelle modalità, continua a sollevare interrogativi sulla sua reale funzione: filtro di qualità o ostacolo burocratico?
I numeri di un esame sempre più selettivo
Guardando le statistiche degli ultimi 17 anni, il quadro è chiaro. L’interesse per la professione resta alto, con una media di quasi 4.700 iscritti all’anno, scesi fisiologicamente a circa 3.300 nel 2025 ma comunque stabili nonostante l’introduzione del contributo di 70 euro. Tuttavia, il tasso di astensione è allarmante: un iscritto su tre non si presenta alla prova.
Per chi decide di sedersi ai banchi della Fiera di Roma, le probabilità di successo non sono delle più rosee. Storicamente, solo un partecipante su quattro supera l’esame. Questo tasso di promozione, sebbene salito al 33% nel 2025, testimonia la rigidità di una prova che si concentra storicamente più sul diritto, sui codici e sulla normativa pura piuttosto che sulla reale tecnica assicurativa. Non è un caso che l’88% delle domande del nuovo database ufficiale si concentri su sole cinque macroaree, con la Distribuzione Assicurativa e la Tutela del Consumatore a farla da padrone.
Il database pubblico e il caos della sessione di giugno
Per tentare di razionalizzare la preparazione e arginare la storica ondata di ricorsi, l’IVASS ha introdotto per il 2026 una novità epocale: un database pubblico di 1.756 domande da cui vengono estratti i quesiti d’esame. Una mossa orientata alla trasparenza e, nelle intenzioni, a una potenziale semplificazione per favorire l’accesso dei giovani professionisti in un mercato che ne ha un disperato bisogno.
La teoria, però, si è scontrata duramente con la pratica durante la prima sessione svoltasi l’11 giugno 2026. Quella che doveva essere la prova della svolta si è trasformata in una giornata di caos e proteste. Nei questionari è stata rilevata una grave anomalia: nei moduli assicurativo e riassicurativo sono stati inseriti quesiti non pertinenti. Domande di riassicurazione sono finite nel test di chi aspirava al modulo assicurativo e viceversa.
Le polemiche sono state inevitabili. Di fronte all’indignazione dei candidati, la Commissione ha dovuto deliberare una soluzione d’emergenza, attribuendo un punto a tutti i candidati per ciascuna domanda errata o fuori contesto. Una toppa che ha permesso di salvare la sessione, ma che lascia una macchia sull’efficienza della macchina organizzativa.
Verso il 3 dicembre: un’occasione da non sprecare
Ora l’attenzione è tutta rivolta alla seconda sessione dell’anno, fissata per il 3 dicembre 2026, con iscrizioni aperte fino al 15 ottobre. Si tratta di un appuntamento cruciale. Da un lato, l’Istituto di Vigilanza è chiamato a dimostrare di aver corretto le falle organizzative emerse in estate. Dall’altro, i futuri intermediari hanno l’opportunità di sfruttare un percorso di studio che, grazie al database, è ora più tracciato e prevedibile.
Siamo in un momento storico in cui la bancassurance e l’intelligenza artificiale stanno ridisegnando la catena del valore. Le agenzie e i broker hanno bisogno di talenti freschi per interpretare questi cambiamenti, gestire i rischi complessi e mantenere la centralità della consulenza. Semplificare l’accesso alla professione non significa abbassare l’asticella della competenza, ma rendere la selezione più aderente alla realtà operativa e meno simile a un concorso pubblico fine a se stesso.
Il mercato vale 182 miliardi e ha fame di professionisti. È tempo che le porte del settore si aprano con criteri rigorosi ma logici, lasciando alle spalle gli intoppi burocratici e i test a trabocchetto.











