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Home Editoriali

Come l’intelligenza artificiale cambia la sottoscrizione dei rischi

Salvatore Infantino di Salvatore Infantino
02/11/2026
A A
intelligenza artificiale nella sottoscrizione

Si sente dire spesso che l’intelligenza artificiale farà il 70% del lavoro di chi sottoscrive i rischi. Il dato esiste, ma non dice questo. Per capire che cosa sta cambiando, bisogna partire da lì.

Che cosa dice davvero quel 70%

Nel rapporto Underwriting rewritten, pubblicato da Accenture il 25 agosto 2025, i dirigenti delle compagnie hanno indicato quanto usano strumenti di AI nella sottoscrizione. Oggi l’uso esteso vale in media il 14%. Tra tre anni se ne aspettano il 70%.

È una previsione sulla diffusione degli strumenti, non sul lavoro che passerà alle macchine. Dentro ci sono cose molto diverse: piattaforme per le polizze, pulizia dei dati, lettura delle email dei broker.

Il dato non dice quante pratiche saranno decise senza l’intervento di una persona. Dice che le compagnie si aspettano di cambiare il modo in cui lavorano.

Dove si aspettano l’impatto maggiore

Accenture ha chiesto anche quanto l’AI inciderà su dodici attività tipiche della sottoscrizione. L’impatto atteso cresce in media dal 17% al 75%.

Alcune voci fanno riflettere:

  • decidere se approvare, rifiutare o modificare una richiesta passa dal 19% all’80%;
  • valutare il livello di rischio passa dal 23% al 79%;
  • calcolare il premio passa dal 9% al 69%.

L’AI, quindi, non toccherà solo il lavoro d’ufficio. Entrerà anche nelle decisioni tecniche. Resta da capire se farà da supporto o da sostituto, e i numeri da soli non lo dicono.

Potenziare non vuol dire sostituire

Lo stesso rapporto cita una stima di Accenture: fino al 65% delle ore di lavoro in questo campo potrebbe essere automatizzato o potenziato dall’AI, con guadagni di produttività fino al 30%.

Le due parole hanno effetti diversi. Un’attività automatizzata esce dalla giornata di lavoro. Un’attività potenziata resta, ma si svolge in un altro modo. Leggere «65%» come «posti di lavoro che spariscono» significa attribuire al dato un significato che non ha.

Accenture porta anche un caso concreto. Nelle linee di prodotto in cui le soluzioni sono già attive, QBE può esaminare il 100% delle richieste che arrivano dai broker. Non significa che le decida tutte. Significa che nessuna resta ferma in attesa.

Chi decide fin dove può arrivare l’AI

Accenture descrive i sistemi di AI «agentica» come gruppi di agenti che lavorano per un obiettivo, usano strumenti e dati esterni e rispondono a un coordinatore capace di decidere in autonomia. Il rapporto precisa che i sottoscrittori dovranno imparare a lavorare con queste squadre e a distribuire i compiti in modo appropriato.

Che un sistema sappia fare una cosa non vuol dire che debba farla. Il limite lo stabilisce l’impresa: su quali rischi, fino a quali importi, con quali eccezioni, e quando il sistema deve fermarsi e chiamare una persona.

Più si delega, più questi confini vanno scritti con precisione. Un sistema senza limiti chiari non è un collaboratore efficiente. È una delega in bianco.

Una firma non basta come controllo

Il rapporto insiste su un punto: le persone devono restare «nel circuito» e mantenere il controllo sulle decisioni principali.

Per farlo davvero servono tre cose. Chi controlla deve poter vedere i dati originali, avere il tempo di leggerli e il potere di fermare o cambiare il risultato. Se l’azienda premia soprattutto la velocità, il controllo si riduce a una formalità. La responsabilità resta a una persona che non ha più modo di esercitarla.

È un problema di organizzazione prima che di tecnologia. Si risolve con regole interne e carichi di lavoro sostenibili, non con un aggiornamento del software.

Chi imparerà a controllare le macchine

Il 64% degli intervistati indica la difficoltà di attrarre, trattenere e far crescere i talenti tra le forze che spingono al cambiamento. Il rapporto parla di una carenza di competenze legata ai pensionamenti e allo scarso interesse dei più giovani, che vedono il settore come vecchio e legato ai fogli Excel.

C’è una contraddizione. Il giudizio si impara facendo le pratiche, anche quelle semplici. Se le automatizziamo per prime, i giovani perdono il terreno su cui allenarsi a riconoscere l’anomalia. Eppure saranno proprio loro, tra dieci anni, a controllare sistemi molto più potenti di quelli di oggi.

Serve quindi un percorso di formazione deciso con cura: affiancamento, revisione dei casi, accesso al ragionamento e non solo al risultato.

Per i broker conta di più come si presenta il rischio

Le previsioni di Accenture sullo smistamento automatico delle email dei broker vanno dal 10% al 75%. Per l’estrazione dei dati dalle proposte si va dal 9% al 68%. Le richieste dei broker saranno sempre più spesso lette da un sistema prima che da una persona.

La conseguenza pratica è chiara. Documenti coerenti, informazioni verificate distinte da quelle solo dichiarate, particolarità del rischio messe in evidenza: tutto questo conta di più.

C’è però un rischio da evitare. Un’impresa che produce dati meno ordinati non è per questo un rischio peggiore. Se la facilità di lettura diventasse un criterio di selezione, il mercato premierebbe i fascicoli più semplici e non i rischi migliori. Il broker ha il compito di ottenere una valutazione competente del rischio da parte dell’underwriting anche dove il processo standard si ferma.

Il giudizio diventa più prezioso

Un sistema che elabora una richiesta in pochi secondi non elimina il bisogno di giudizio. Lo rende più raro e quindi più prezioso, perché serve proprio nei casi che il sistema non sa trattare o tratta male.

Il futuro della sottoscrizione dipende da tre scelte pratiche: che cosa delegare, quali prove pretendere, quando fermarsi. Chi le prende con metodo costruisce un vantaggio. Chi le lascia al software scoprirà solo dopo, nei risultati del portafoglio, che cosa aveva delegato.

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