Il frigorifero non è più soltanto un bene da assicurare contro il guasto. È anche un terminale attraverso il quale qualcuno può distruggere la merce che contiene. Negli attacchi ai supermercati europei raccontati dai giornali c’è un cambiamento che il settore assicurativo deve guardare senza rifugiarsi nelle proprie classificazioni: l’origine del danno è digitale, ma la perdita è fisica, deperibile, immediata.
Non servono necessariamente dati rubati o richieste di riscatto. Può bastare alterare il funzionamento di un impianto per trasformare prodotti vendibili in merce da smaltire. Quando accade, il problema dell’impresa non è stabilire se l’incidente appartenga al mondo cyber, property o guasti macchine. È capire quanto sta perdendo, come fermare il danno e chi pagherà.
L’assicurazione, invece, continua ad avere bisogno di quelle distinzioni. Ed è proprio nella distanza tra il funzionamento dell’impresa e quello dei contratti che rischiano di aprirsi le scoperture più insidiose.
Dai computer bloccati agli impianti fuori controllo
Una nuova ondata di sospetti attacchi ha interessato supermercati in diversi Paesi europei. In Svezia, Coop ha confermato manipolazioni non autorizzate degli impianti di refrigerazione in sette punti vendita. Altre segnalazioni sono arrivate dal Belgio e da ulteriori mercati.
Il precedente francese di ottobre offre una misura dell’esposizione. La testata riporta, sulla base delle comunicazioni del governo di Parigi, circa 700 supermercati coinvolti su 10.000. In alcuni negozi le perdite alimentari avrebbero superato i 100.000 euro; per due punti vendita dell’Alsazia vengono indicati danni complessivi di circa 270.000 euro.
Sono cifre significative, ma non costituiscono un bilancio assicurativo dell’evento. Non conosciamo la distribuzione completa delle perdite, le franchigie, i massimali, le coperture acquistate o gli importi indennizzabili. Moltiplicare il danno di un negozio per tutti quelli coinvolti sarebbe un esercizio suggestivo, non una stima attendibile.
Anche sul piano investigativo occorre distinguere i fatti dalle ipotesi: al momento della pubblicazione, origine e collegamenti tra i nuovi episodi erano ancora oggetto di verifica.
Il segnale, tuttavia, è già chiaro. La tecnologia che controlla il processo fisico può diventare il punto di ingresso del danno. E una vulnerabilità replicata su molti impianti può trasformare un incidente locale in un problema di accumulazione.
Non è necessario rompere una macchina per produrre una perdita
Il cuore della questione è la Operational Technology, l’insieme dei sistemi che controllano apparecchiature e processi fisici.
Qui la sicurezza non riguarda soltanto la riservatezza delle informazioni o la disponibilità dei computer. Riguarda anche l’integrità dei comandi: un impianto può essere acceso, raggiungibile e apparentemente operativo, ma lavorare secondo parametri alterati.
Per l’assicurazione è una distinzione decisiva. Il deterioramento delle merci può verificarsi senza una rottura meccanica. L’attività può dover essere fermata anche quando i sistemi meccanici funzionano. E il ripristino del controllo non recupera ciò che nel frattempo è diventato inutilizzabile.
È per questo che un questionario concentrato esclusivamente su backup, protezione delle postazioni e gestione della posta elettronica non basta a descrivere l’esposizione di un’impresa industriale o della distribuzione.
Bisogna conoscere gli accessi remoti agli impianti, i privilegi concessi ai manutentori, la separazione delle reti, gli allarmi e la possibilità di intervenire localmente. Soprattutto, bisogna capire quanto tempo intercorre tra l’alterazione del processo e la perdita economica irreversibile.
Quel tempo può essere più importante del tempo necessario a ripristinare il sistema informatico.
La scopertura nasce tra contratti che, separatamente, sembrano adeguati
Avere una polizza cyber e una property non significa necessariamente aver assicurato il punto in cui i due rischi si incontrano.
Una cyber può coprire risposta all’incidente, ripristino e interruzione dell’attività, ma escludere o limitare i danni materiali. Una property può contenere esclusioni relative agli eventi informatici. Una garanzia deterioramento merci può richiedere presupposti che non coincidono con una manipolazione dei controlli.
Non è una regola universale: la risposta dipende dai testi effettivamente sottoscritti. Proprio per questo, non può essere dedotta dall’etichetta del prodotto.
Nel caso dei frigoriferi, il percorso del sinistro attraversa almeno quattro componenti: merce deteriorata, eventuale danno all’impianto, spese per contenere l’emergenza e perdita economica durante il fermo. A queste possono aggiungersi conseguenze verso clienti o altri terzi.
Ciascuna componente richiede una verifica distinta, ma il programma deve essere valutato nel suo insieme.
Che cosa accade se l’impresa interrompe precauzionalmente le vendite? Quale prova è richiesta per merce eliminata perché non è più documentabile il rispetto delle condizioni di conservazione? Il periodo di carenza lascia scoperta proprio la fase in cui si concentra la perdita? Le spese per trasferire rapidamente i prodotti trovano una risposta contrattuale?
Sono domande meno appariscenti del massimale esposto in prima pagina. Ma è nelle risposte che si misura l’effettiva utilità della copertura.
Il mercato internazionale sta già cercando di colmare il vuoto
Un segnale concreto arriva da Tokio Marine Kiln. Il 14 ottobre 2026 la compagnia ha annunciato un ampliamento della propria soluzione Cyber Ctrl PD+ rivolto alle imprese con esposizioni rilevanti su beni e scorte.
Tra le novità figura una garanzia dedicata alle merci deperibili, con riferimento a prodotti deteriorati, contaminati, danneggiati o resi inutilizzabili o invendibili. Il comunicato richiama espressamente refrigerazione, stoccaggio a temperatura controllata, processi automatizzati e tecnologie operative connesse.
La compagnia indica inoltre una capacità fino a 75 milioni di dollari attraverso il proprio consorzio ai Lloyd’s per danni fisici provocati da eventi cyber e conseguente interruzione dell’attività. È capacità dichiarata per quella soluzione, non un massimale automaticamente disponibile a qualsiasi impresa né una misura della capacità complessiva del mercato.
Il punto interessante non è celebrare un prodotto. È osservare la direzione: rendere esplicita la copertura di conseguenze che possono trovarsi tra comparti assicurativi diversi.
Anche l’estensione annunciata per l’interruzione contingente dell’attività, riferita ai fornitori di beni e servizi critici e non soltanto informatici, indica un’evoluzione importante. L’impresa dipende da un ecosistema produttivo, non soltanto dalla propria infrastruttura IT.
Se il rischio preoccupa, perché i prezzi possono scendere?
È il paradosso che chi compra e vende assicurazioni deve spiegare meglio: un contesto di minaccia più impegnativo può convivere con condizioni commerciali favorevoli.
Nel rapporto Rebooting Growth, pubblicato nel 2025, Howden descriveva premi in discesa, concorrenza crescente e una base di esposizioni che non si ampliava abbastanza rapidamente. È una fotografia del 2025, non un indice dei rinnovi italiani del novembre 2026. Ma aiuta a comprendere il meccanismo.
Il prezzo assicurativo non è un termometro puro della pericolosità degli attacchi. Riflette anche capacità disponibile, concorrenza, selezione degli assicurati e condizioni contrattuali.
Da qui discendono due rischi opposti. Il compratore può scambiare il premio più basso per una riduzione dell’esposizione. Il mercato può competere sulle conseguenze che conosce meglio senza aver ancora risolto quelle emergenti.
Per il broker, quindi, il confronto tra rinnovi non può fermarsi al premio. Deve includere perimetro delle garanzie, esclusioni, sottolimiti, franchigie e dipendenze assicurate. Una riduzione di costo accompagnata da una scopertura rilevante non è un risparmio sul rischio: è una diversa distribuzione della perdita futura.
In Italia il problema non è soltanto comprare di più, ma comprare meglio
L’indagine Howden, condotta su imprese di Francia, Germania, Italia e Spagna, indica che oltre il 70% delle aziende nei quattro Paesi non disponeva di una copertura cyber. Per l’Italia, la quota di imprese assicurate riportata è del 22%.
Il dato va letto nel perimetro della ricerca, non come censimento amministrativo di tutte le imprese italiane. E resta riferito al rapporto del 2025.
La sua implicazione commerciale è evidente: esiste spazio per ampliare la protezione. Quella professionale è più impegnativa: non basta aumentare il numero dei contratti se le coperture non seguono il funzionamento delle aziende.
Un’impresa che conserva prodotti deperibili, un produttore che utilizza macchine connesse e un operatore prevalentemente esposto al trattamento di dati personali non hanno lo stesso profilo. Vendere loro la stessa idea di cyber, cambiando soltanto il massimale, rischia di nascondere le differenze decisive.
La concentrazione è tecnologica, non soltanto geografica
La distribuzione dei siti sul territorio può ridurre alcune esposizioni, ma non elimina una dipendenza digitale comune.
Molti negozi lontani tra loro possono condividere sistemi di controllo, fornitori di manutenzione o modalità di accesso remoto. In questa prospettiva, la domanda non è soltanto quanti beni possano essere colpiti nello stesso luogo. È quanti luoghi possano essere raggiunti attraverso lo stesso punto debole.
La stampa assicurativa internazionale racconta anche un secondo versante del problema. Insurance Journal, riferendo di un attacco ad Asahi, descrive la sospensione di ordini e spedizioni in Giappone. È un caso diverso dalla refrigerazione, ma ricorda che la perdita operativa non richiede necessariamente la distruzione di un bene.
Per gli assicuratori questo impone di guardare alle dipendenze comuni del portafoglio. Per le imprese, di verificare quanto siano realmente indipendenti i propri siti. Per i broker, di costruire scenari che seguano i collegamenti tecnologici, non soltanto l’elenco delle ubicazioni.
Il valore del broker comincia prima della quotazione
La prima domanda dovrebbe essere: quale evento può produrre la perdita più difficile da sostenere?
Da lì occorre risalire agli impianti coinvolti, ai tempi di intervento, alle alternative operative e alle coperture. È un lavoro che richiede il confronto tra responsabili informatici, manutenzione, produzione, acquisti e finanza. Nessuno, da solo, possiede necessariamente la mappa completa.
Occorre poi rendere leggibile il rischio trattenuto: non soltanto quanto l’impresa potrebbe ricevere, ma che cosa dovrebbe finanziare con risorse proprie e per quanto tempo.
Il caso dei supermercati dimostra che il confine tradizionale tra incidente informatico e danno materiale ormai non esiste più.
Il mercato ha iniziato a rispondere. Il compito del broker è verificare che quella risposta arrivi davvero nel contratto del cliente.
Perché quando la temperatura sale e la merce va perduta, conta tanto se il programma assicurativo aveva previsto ciò che stava per accadere.











