La competizione geopolitica non è più uno sfondo lontano delle dinamiche economiche globali. È diventata una forza che entra direttamente nei bilanci delle imprese, altera i flussi logistici, ridisegna le priorità industriali e, soprattutto, cambia la natura stessa del rischio assicurabile. Oggi le supply chain non sono più soltanto infrastrutture operative pensate per massimizzare efficienza e ridurre i costi. Sono diventate il punto in cui si scaricano tensioni tra Stati, restrizioni commerciali, sanzioni, controlli sulle tecnologie strategiche e nuove forme di protezionismo.
È questo il punto centrale che emerge dall’analisi pubblicata da Arthur J. Gallagher sul rapporto tra competizione geopolitica e catene di fornitura: il paradigma dell’efficienza pura, che ha dominato per decenni, sta lasciando spazio a un paradigma della resilienza. Non si tratta di una sfumatura semantica. Si tratta di un cambio di epoca.
Dalla globalizzazione lineare alla frammentazione strategica
Per molti anni le imprese hanno costruito supply chain lunghe, integrate e fortemente dipendenti da pochi hub produttivi globali. La logica era semplice: produrre dove costava meno, approvvigionarsi dove era più conveniente, spostare merci e componenti in un contesto internazionale considerato relativamente stabile.
Quell’assunto oggi non regge più. Le tensioni tra grandi potenze, in particolare sul piano commerciale, tecnologico ed energetico, hanno trasformato le interdipendenze economiche in fattori di vulnerabilità. Secondo l’impostazione richiamata da Gallagher, le catene di fornitura sono ormai esposte non solo a shock operativi tradizionali, ma a decisioni politiche che possono cambiare in tempi rapidissimi il quadro dei costi, della disponibilità dei materiali e della continuità produttiva.
Tariffe, dispute commerciali, sanzioni ed export controls non sono più eventi eccezionali. Sono strumenti ordinari di competizione internazionale. E quando diventano ordinari, il rischio smette di essere episodico e diventa strutturale.
La supply chain come terreno di scontro
Il passaggio più interessante, e per certi versi più rilevante per il mondo assicurativo, è proprio questo: la supply chain non è più una semplice sequenza di fornitori, trasportatori e clienti. È diventata un terreno di scontro geopolitico.
Quando un Paese limita l’accesso a tecnologie critiche, quando una rotta marittima viene destabilizzata, quando il controllo di materie prime strategiche si concentra in aree politicamente sensibili, l’impatto non resta confinato alla politica estera. Si trasferisce immediatamente sulla capacità delle imprese di produrre, consegnare, rispettare i contratti, mantenere marginalità e proteggere la propria reputazione sul mercato.
Questo significa che il rischio supply chain non può più essere letto come una somma di eventi isolati. Va interpretato come rischio sistemico, cioè come rischio capace di propagarsi lungo più livelli della catena del valore, colpendo contemporaneamente produzione, logistica, prezzi, tempi di consegna, coperture assicurative e accesso al credito.
Fine del just in time, inizio dell’era della resilienza
Uno degli effetti più evidenti di questa trasformazione è il superamento della logica just in time come dogma assoluto. Per anni le imprese hanno inseguito supply chain snelle, magazzini ridotti, dipendenze concentrate e tempi compressi. Era una scelta razionale in un mondo che premiava la massima efficienza.
Oggi, però, l’efficienza senza ridondanza rischia di diventare fragilità. Gallagher richiama un dato significativo: una quota molto ampia di aziende ha già sperimentato perdite legate alla supply chain, tra danni economici, ritardi e interruzioni operative. Il messaggio è chiaro. Le imprese non stanno più cercando soltanto di ottimizzare. Stanno cercando di sopravvivere meglio agli shock.
Da qui nasce la spinta verso diversificazione dei fornitori, regionalizzazione, nearshoring e friend-shoring. Tutte strategie che hanno un costo più elevato rispetto al modello iper-globalizzato del passato, ma che vengono percepite come il prezzo necessario per ridurre l’esposizione a shock geopolitici e normativi.
Regionalizzazione e friend-shoring: soluzioni reali, ma non neutre
La regionalizzazione delle catene di fornitura viene spesso presentata come una risposta quasi automatica all’incertezza globale. In realtà è una scelta complessa, che non elimina il rischio ma lo redistribuisce.
Spostare forniture e produzioni verso Paesi considerati più affidabili dal punto di vista geopolitico può ridurre l’esposizione a certe tensioni internazionali, ma può anche generare nuove concentrazioni, nuovi costi e nuove dipendenze. Il friend-shoring, ad esempio, funziona finché il perimetro degli alleati resta stabile e finché i Paesi alternativi dispongono davvero di capacità industriale, infrastrutture, competenze e continuità regolatoria adeguate.
Per broker e risk manager questo è un punto decisivo. Non basta prendere atto che un cliente sta diversificando la propria supply chain. Occorre capire se la sta davvero rendendo più resiliente oppure se sta semplicemente spostando il rischio da una geografia all’altra, magari introducendo criticità meno visibili ma non meno rilevanti.
Il nodo delle risorse strategiche e dei chokepoint
Un altro elemento centrale riguarda la concentrazione di risorse e passaggi strategici. Energia, semiconduttori avanzati, terre rare, componentistica ad alta specializzazione: sono tutti ambiti in cui la dipendenza da pochi attori o da pochi corridoi logistici può trasformarsi in un moltiplicatore di rischio.
Basta una tensione su uno stretto marittimo, una restrizione all’export, una crisi diplomatica o una misura di ritorsione commerciale per produrre effetti a cascata su settori lontanissimi dal punto d’origine dello shock. Aumentano i costi energetici, si allungano i tempi di consegna, si comprimono i margini, si rivedono i contratti, si ridefiniscono i limiti di copertura e cambia perfino la percezione del rischio da parte del mercato assicurativo.
Qui emerge una verità che il settore non può più permettersi di sottovalutare: la materialità del rischio geopolitico non è astratta. È incorporata nei componenti, nelle rotte, nei porti, nelle giacenze, nei subfornitori e nelle dipendenze tecnologiche.
Il protection gap che il mercato non può ignorare
Forse il passaggio più delicato, per chi opera nel brokeraggio e nel risk management, è quello relativo al protection gap. Gallagher sottolinea che molte imprese, pur esposte a pressioni crescenti su supply chain e costi dei materiali, restano non assicurate o sottoassicurate su una parte rilevante delle perdite potenziali.
Questo tema merita di essere detto con chiarezza. Il mercato assicurativo tradizionale è stato costruito per assorbire eventi delimitati, con confini di causa ed effetto relativamente leggibili. Il rischio supply chain di matrice geopolitica, invece, è spesso ibrido, interdipendente, transfrontaliero e difficile da modellizzare con strumenti convenzionali. Non sempre rientra in modo lineare nelle coperture standard. Non sempre è facilmente quantificabile. Non sempre è trasferibile.
Il risultato è che molte imprese scoprono la propria esposizione reale solo quando l’interruzione si è già verificata. E in quel momento emerge il divario tra rischio percepito, rischio effettivo e rischio coperto.
Il salto di qualità: leggere il cliente dentro la sua filiera
Per il brokeraggio questa fase impone un salto di qualità. Non basta più intermediare coperture. Serve leggere il cliente dentro la sua filiera, comprendere dove si concentrano le dipendenze critiche, quali fornitori rappresentano single point of failure, quali rotte sono esposte a tensioni geopolitiche, quali stock strategy aumentano la resilienza ma anche l’accumulo di rischio.
Per gli assicuratori significa affinare la capacità di underwriting su scenari meno lineari, dove la perdita non nasce da un solo evento fisico ma da concatenazioni politiche, logistiche e industriali. Per le imprese, infine, significa integrare davvero supply chain, procurement, risk management e assicurazioni, superando la tradizionale frammentazione tra funzioni.
La vera sfida non è prevedere ogni crisi. È costruire organizzazioni capaci di assorbire meglio l’imprevedibile.











