La tredicesima edizione dell’Osservatorio Cineas-Prometeia rileva che due terzi delle 380 medie imprese analizzate usano già l’intelligenza artificiale. A saperne gestire i rischi, però, è una minoranza.
Due terzi delle medie imprese italiane hanno già adottato o sperimentato l’intelligenza artificiale, ma solo il 13,5% ritiene di avere competenze pienamente adeguate a gestirne applicazioni e rischi. È il dato che tiene insieme la tredicesima edizione dell’Osservatorio sulla diffusione del risk management nelle medie imprese italiane, realizzato da Cineas con Prometeia e presentato il 22 settembre al Politecnico di Milano nel convegno «Il governo dei rischi dell’innovazione». La rilevazione ha coinvolto 380 imprese tra 50 e 499 addetti, la fascia che Cineas classifica come media impresa, più ampia dei 249 dipendenti della definizione statistica europea.
Dove l’IA è già entrata
Il 66% delle imprese ha adottato o almeno sperimentato l’intelligenza artificiale. L’uso più diffuso è nell’automazione della produzione, indicata dal 28% di chi la impiega, seguita dalla progettazione (24%), dai test di qualità (23%), dal customer care (21%) e dalla sicurezza dei dipendenti (20%). I vantaggi riconosciuti restano nel campo dell’organizzazione: efficienza organizzativa (39%), velocità di elaborazione dei dati (36%), ottimizzazione dei processi (31%). È un’adozione spinta dalla produttività quotidiana, più che da una strategia di lungo periodo sui rischi che la tecnologia porta con sé.
Le competenze non tengono il passo
Il divario si apre sul governo di quei rischi. A fronte di due imprese su tre che usano l’IA, solo il 13,5% dichiara competenze pienamente adeguate a gestirne applicazioni e conseguenze. E ciò che le imprese temono racconta dove si concentra la difficoltà: la sicurezza e la protezione dei dati preoccupa il 31%, davanti alla sostituzione del lavoro umano (29%), alle incertezze legali e normative (26%) e ai costi di investimento (22%). A spaventare non è la tecnologia in sé, ma il contesto in cui opera: la tenuta dei dati che alimentano gli algoritmi e il quadro giuridico ancora in movimento.
Le contromisure sono agli inizi. Il 45% delle imprese si è dato policy interne d’uso, il 39% aggiorna le competenze digitali del personale, il 26% ha attivato corsi di formazione dedicati. Per Massimo Michaud, presidente di Cineas, la trasformazione più rilevante è «il passaggio della gestione del rischio da attività operativa a componente della governance aziendale»: un salto che l’adozione tecnologica rende urgente proprio mentre corre più veloce della disponibilità di competenze interne.
Sinistri, coperture e chi presidia il rischio
L’intelligenza artificiale è la novità dell’anno, ma l’Osservatorio misura un presidio del rischio più ampio, con qualche scoperto. Nei ventiquattro mesi precedenti il 58% delle imprese ha subito almeno un sinistro: infortuni sul lavoro (20%), difettosità di prodotto (18%), catastrofi naturali (16%), attacchi cyber (15%). Sul fronte delle coperture la media è di sei polizze per azienda, ma la distribuzione è squilibrata: quasi tutte assicurano l’incendio (96%), gli infortuni (87%) e le catastrofi naturali (86%), mentre la copertura cyber si ferma al 42% e quella dei rischi geopolitici al 23%.
Anche sul clima il presidio resta indietro rispetto alla sensibilità dichiarata: il 68% delle imprese ha sistemi di monitoraggio ESG, ma solo il 18% segue in modo esplicito il rischio climatico. Cresce invece il governo del rischio ai vertici. Il 62% delle imprese mappa i rischi a livello di consiglio di amministrazione, quota che sale al 74% oltre i 200 addetti. La supervisione è affidata nel 42% dei casi a un risk manager, nel 22% direttamente al titolare e nel 19% al direttore finanziario.
Un Osservatorio al suo quarantesimo anno
La rilevazione inaugura le celebrazioni per i quarant’anni di Cineas, il consorzio costituito nel 1987 dal Politecnico di Milano per diffondere la cultura del rischio. All’edizione 2026 hanno lavorato Prometeia, con la senior partner Alessandra Lanza, e un panel che ha portato al tavolo la vigilanza e l’etica della tecnologia: Pietro Franchini del Servizio Studi dell’IVASS, il teologo Paolo Benanti, il giurista Edoardo Carlo Raffiotta. L’indagine ha il sostegno di Allianz, Ardonagh Italia, Chubb, Reale Mutua, Zurich e VHV Assicurazioni. Per Michaud, in un contesto di incertezza crescente, «la sicurezza non può più essere delegata unicamente alle strutture tecniche ma richiede competenza estesa a livello manageriale».











