Si continua a scrivere molto sull’Intelligenza Artificiale (o forse sarebbe più corretto definirla Intelligenza Alternativa?) declinandone da diverse angolazioni benefici, vantaggi, rischi occupazionali, necessità di governo e di controllo etico e normativo.
È di questi giorni l’amplificato eco mediatico dato alle dichiarazioni di alcuni protagonisti dell’industria dell’AI su quelle che sembrano le inevitabili conseguenze dell’evoluzione delle sue capacità agentiche, al punto da prospettare l’eventualità che possa essere, in conseguenza del crescente livello di autonomia raggiungibile, la causa della distruzione dell’intera specie umana.
Ne è derivato un invito a più voci a rallentare o addirittura interrompere lo sviluppo prima che sia troppo tardi per tutti, nel tentativo di avviare una gara all’incontrario, premiando chi si ferma prima, rinunciando a ogni tentazione competitiva verso gli altri concorrenti.
Senza entrare nel merito specialistico che solo i frequentatori e progettisti di AI possono permettersi, credo che ognuno di noi perlomeno sospettasse che, malgrado i tentativi normativi di prevedere sistemi di controllo in grado di garantire, o perlomeno arginare, eventuali evoluzioni “ribelli” di capacità decisionali incrementali e imprevedibili, controllare sistemi che autoapprendono e si autoalimentano fosse una utopia impraticabile.
Progettiamo sistemi che superano per tempi e abilità le capacità computazionali umane e ci illudiamo poi di subordinarne lo sviluppo con metodi successivi di gestione e gerarchie unicamente funzionali?
Abbandonando ogni altro approfondimento di principio ritiriamoci nel nostro segmento professionale per capire quanto l’AI possa corroborare o persino sostituirsi alle attività di intermediazione assicurativa.
Per gli agenti la strada la tracceranno le compagnie, per i broker il quadro è più articolato
È innanzitutto necessario distinguere le nostre due principali e tradizionali forme di canalizzazione commerciale: quella agenziale e quella praticata dai broker.
Nella prima sarà sicuramente la capacità delle Compagnie mandanti di arricchire i propri sistemi informatici, con l’innesto o sostituzione di strumenti di AI, per tracciare percorsi e possibilità di evoluzione delle modalità di distribuzione dei propri agenti.
Nella seconda la comparazione può apparire più articolata, poiché il processo di analisi, consulenza e indirizzo finale decisionale, sia sulle soluzioni che sulle implementazioni di politiche di prevenzione, eventuale ritenzione di quote di danno per avvantaggiare il piazzamento del rischio, si esprime all’interno di un mercato ampiamente libero e praticabile, nel quale il gradiente di modulazione delle possibilità è quanto mai flessibile.
Sinistri e piazzamento compresi, l’AI potrebbe sostituire tutto il lavoro del broker
Interessante la sintesi che il Broker Marcello Nocera compendia nel suo recente studio “Impatto dell’Intelligenza Artificiale sul Brokeraggio Assicurativo in Italia”, nel quale raffigura le principali attività che ogni broker svolge e che potrebbero essere efficacemente sostenute, o persino sostituite, dall’impiego di strumenti di AI, gestione dei sinistri compresa.
Difficile resistere alla provocazione della domanda non posta esplicitamente: quanto dell’attività del broker può essere oggetto di sostituzione grazie alla AI?
Probabilmente tutto. Anche il conseguente piazzamento, a condizione che si creino i presupposti di adeguata interfaccia con le compagnie coinvolte.
Esiste naturalmente la necessaria discriminante dei diversi segmenti di clientela, PMI, Affinity, Corporate e magari anche quello delle polizze Embedded.
Parallelamente appare la necessità che ogni attività agentica abbia la tenuta necessaria verso il rispetto della conseguente compliance, che certamente il controllo dell’attività dell’organo di vigilanza affinerà tenendo conto delle nuove modalità operative.
Se la provocazione viene accolta si propone una domanda quanto mai ingombrante: qual è il valore percepito dal cliente della intermediazione “interpretata dalla AI?”
O meglio, quanto vale l’attività del broker sul piano economico nel rapporto Cliente e Compagnia?
Il fabbisogno di dati rischia di separare i broker grandi da quelli meno grandi
Come ho già avuto modo di commentare nel merito del lavoro di Marcello Nocera la futuribilità dell’eventuale processo di sostituzione broker vs AI parte dalla necessità di disporre di una mole di dati quanto più voluminosa possibile per permettere un adeguato livello di deep learning, e questo inevitabile presupposto crea la possibilità di assistere a un divario difficilmente livellabile nel confronto tra broker grandi e meno grandi.
Per entrambi l’obbligo di trasformare i dati in una efficace leggibilità in termini di AI, con i conseguenti investimenti per rendere attivo il processo. Costi e professionalità che ancora una volta faranno la differenza.
Ma quale continuerà ad essere l’unità di misura della vera competenza?











