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Home Analisi & Approfondimenti

L’acqua che nessuno assicura vale già novanta miliardi

BrokerChannel.it di BrokerChannel.it
14/07/2026
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danni da alluvione in Europa

Le alluvioni sono il rischio naturale più caro d’Europa e l’Italia è il secondo Paese del continente per danni accumulati, ma è proprio sul rischio idrico che la copertura quasi sparisce.

Tra il 2020 e il 2025 le alluvioni sono costate all’Europa 88,6 miliardi di euro, più di quanto ne sia costato l’intero decennio precedente. Il dato arriva da una recente analisi di Allianz Research, Europe under water, e non fotografa un’emergenza passeggera: descrive un rischio che diventa sempre più caro mentre resta, in larga parte, fuori dal perimetro assicurativo. Per chi intermedia coperture, è la definizione stessa di un mercato inevaso.

Non più eventi, ma eventi più costosi

Il numero delle alluvioni europee è sorprendentemente stabile: circa 46 l’anno dal 2000, senza un trend di crescita. A cambiare è la severità. Il conto complessivo del primo quarto di secolo tocca i 226 miliardi di euro, con una progressione netta tra i periodi: 63,1 miliardi nel 2000-2009, 74,3 nel decennio successivo (più 17,8%), 88,6 già nel solo 2020-2025, oltre il 40% in più rispetto al primo decennio. Con più valore esposto nelle aree a rischio, ogni evento costa di più.

La geografia del costo lo conferma. L’alluvione dell’Europa occidentale del luglio 2021, tra Germania e Belgio, resta l’evento singolo più oneroso mai registrato nel continente: 38 miliardi di euro di danni economici, di cui appena 9 assicurati. Seguono le alluvioni europee del 2024 (24 miliardi) e quelle dell’Europa centrale del 2002 (22 miliardi). Nel complesso l’acqua pesa per circa il 55% delle perdite da catastrofe naturale in Europa pur rappresentando meno della metà degli eventi: è, di gran lunga, il rischio naturale che il continente paga più caro.

Il paradosso italiano: dove il rischio è più profondo, la copertura è più sottile

L’Italia è dentro questo quadro in posizione di prima fila. Nella classifica per perdite cumulate 2000-2025 elaborata da Allianz, espressa in dollari, il Paese è secondo con 41,8 miliardi, dietro la sola Germania (78,1) e davanti a Spagna (25,3), Regno Unito (22,1) e Francia (16,2). È anche tra i Paesi con la frequenza di eventi più alta, insieme a Spagna e Francia.

Eppure è proprio qui che si apre lo scarto più istruttivo. Il 2023, anno record per i danni assicurati da catastrofe naturale in Italia con circa 6 miliardi di euro liquidati, racconta un’asimmetria: circa 5,5 miliardi provenivano da grandine ed eventi atmosferici, cioè da beni già coperti (tetti, veicoli, impianti fotovoltaici), mentre le grandi alluvioni di Emilia-Romagna e Toscana hanno prodotto risarcimenti assicurativi per circa 800 milioni a fronte di quasi 10 miliardi di danni economici. Detto altrimenti: dove il rischio è più sistemico, l’acqua, la copertura è quasi assente. Il protection gap non è un dato astratto, ha una forma precisa, e quella forma è idrogeologica.

Un divario che la legge, da sola, non chiude

I numeri di sistema lo confermano. Sul complesso dei danni catastrofali l’Italia assicura appena il 22%, con un gap del 78% che resta il più ampio tra i grandi mercati europei, davanti a Germania (57%), Francia (46%), Svizzera (26%) e Regno Unito (22%). In Europa, stima l’EIOPA, circa tre quarti delle perdite da catastrofe restano senza copertura.

L’intervento normativo non ha ancora spostato l’ago. L’obbligo catastrofale per le imprese introdotto dalla legge 213/2023 procede lentamente: a fine aprile 2026 risultava in regola solo il 15,8% delle aziende obbligate, circa 710.000 su 4,5 milioni. Sul fronte retail il divario è ancora più marcato, con appena il 7,3% delle abitazioni dotato di estensione cat-nat. La domanda, insomma, non nasce da sé: va costruita, spiegata, dimensionata. È esattamente il terreno dell’intermediazione.

La lezione che arriva da Parigi, Madrid e Londra

Gli altri grandi mercati hanno affrontato lo stesso problema con architetture pubblico-private. La Francia poggia sul regime CatNat, con un sovrapprezzo obbligatorio sulle polizze property salito dal 12% al 20% da gennaio 2025; la Spagna sul Consorcio de Compensación de Seguros; il Regno Unito su Flood Re, il pool riassicurativo che spiega il divario più contenuto del continente. Sul piano continentale, la proposta EIOPA-ESM di un pool europeo cat-nat con backstop pubblico va nella stessa direzione: mutualizzare una severità che i singoli bilanci faticano a reggere.

Su questo sfondo l’adattamento diventa una leva economica, non solo civile. Allianz stima che gli investimenti in resilienza rendano circa quattro volte il loro costo in danni evitati, e proietta le perdite annue da alluvione fluviale in UE e Regno Unito da 7,8 miliardi di euro a quasi 50 entro il 2100 in uno scenario di riscaldamento di 3°C, oltre sei volte il livello attuale. Il divario tra intenzione e realizzazione resta però ampio: la Germania, nonostante il disastro del 2021, ha speso finora circa 500 milioni dei 6-7 miliardi previsti dal programma nazionale di difesa dalle alluvioni varato nel 2013.

Il broker come traduttore del rischio invisibile

In un mercato dove la frequenza è stabile ma il costo per evento sale, la partita si gioca sulla capacità di misurare e collocare un rischio che la tariffa pubblica coglie solo in modo grossolano. La classificazione comunale su cui si appoggia la componente obbligatoria non distingue il singolo sito: due capannoni nello stesso comune possono avere esposizioni opposte. Qui la modellazione puntuale, satellitare e assistita dai dati, diventa argomento di consulenza prima ancora che questione tecnica. Le coperture parametriche rispondono al nodo più critico dell’alluvione, la lentezza dell’indennizzo, mentre la crescita della severità sposta il baricentro verso la capacità riassicurativa, di cui il broker è lo snodo naturale.

L’acqua, in Europa, è già il rischio più caro. La differenza tra un danno economico e un danno assicurato non la fa il clima: la fanno la consulenza, la sottoscrizione e la struttura del mercato. È lì che i novanta miliardi smettono di essere una statistica e diventano un portafoglio da costruire.

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