In dieci anni le denunce di malattia professionale sono salite da 57mila a 88mila mentre gli infortuni sono scesi del 10,5%. Uno studio della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ricostruisce lo spostamento: dall’evento acuto all’usura che matura negli anni, con l’età degli occupati a moltiplicare la gravità e il tragitto casa-lavoro come unica voce in crescita.
Il rischio da lavoro in Italia non sta diminuendo. Sta cambiando forma. Nel decennio 2014-2024 le denunce di infortunio sono passate da 663mila a 593mila, in calo del 10,5%, mentre quelle di malattia professionale sono cresciute da 57mila a 88mila, in aumento del 54%. Due curve che si allontanano e descrivono un rischio meno visibile, più lento, molto più difficile da datare.
Trent’anni di curve che si allontanano
Non è un episodio. Nel 1994 gli infortuni denunciati superavano il milione e le malattie professionali erano 34.786: trent’anni dopo i primi si sono quasi dimezzati, le seconde sono due volte e mezza. Anche i dati provvisori del 2025 vanno in quella direzione, con le denunce di malattia in salita da 88.499 a 98.463 e gli infortuni stabili.
«Salute e benessere nella trasformazione del lavoro» invita però a leggere il dato con cautela. Dietro la crescita opera in larga parte un effetto di emersione: lavoratori più consapevoli, medici certificatori più attivi e soprattutto un quadro normativo e prassi medico-legali che hanno ampliato il perimetro delle patologie riconoscibili, comprese quelle a genesi multifattoriale e a lunga latenza. Il numero cresce anche perché si è spostato il confine di ciò che entra nella statistica: la sinistrosità storica di un’azienda misura un perimetro che nel frattempo si è allargato.
Spalle, schiena e polsi: sinistri che maturano in dieci anni
Sui 321.703 casi denunciati tra il 2020 e il 2024, il 70,9% riguarda malattie del sistema osteomuscolare e del tessuto connettivo, con denunce più che raddoppiate nel quadriennio (+109,3%). La più diffusa è la sindrome della cuffia dei rotatori, che vale il 12,6% dei casi ed è cresciuta del 132,8%. Le malattie del sistema nervoso pesano per il 12%, e la sola sindrome del tunnel carpale rappresenta il 10,6% del totale.
Non sono patologie da grande incidente industriale. Nascono dall’interazione tra fattori biomeccanici e organizzativi e si diffondono anche dove l’intensità fisica è bassa, dalla sanità alla logistica, perché contano più dello sforzo la ripetitività dei gesti (69,1% dei lavoratori) e la sedentarietà prolungata (66,9%).
È qui che il profilo si allontana dal modello con cui l’assicurazione ha imparato a leggerlo. Un infortunio ha una data, un luogo, un nesso causale ricostruibile. Una tendinopatia della spalla matura su anni, spesso su più mansioni e più datori di lavoro, e si manifesta quando il rapporto che l’ha generata può essere chiuso da tempo. Cambia il modo in cui si accerta la responsabilità, cambia il momento in cui il sinistro emerge, cambia la durata per cui una posizione resta aperta.
Il malessere che non arriva alla denuncia
Il quadro amministrativo fotografa però solo ciò che entra nel perimetro del riconoscimento. L’indagine europea sulle condizioni di lavoro di Eurofound, su cui poggia la seconda parte dello studio, racconta una diffusione più ampia: l’82,7% dei lavoratori si dichiara stressato, il 46% soffre di disturbi del sonno, il 15,6% di ansia, che tra le donne sale al 21,4% contro il 10,9% degli uomini. E il 15,9% ritiene che il lavoro incida negativamente sulla propria salute, con un picco del 22,6% tra i 45 e i 54 anni.
Nelle statistiche INAIL, intanto, i disturbi psichici e comportamentali sono 2.001 casi nel quadriennio, lo 0,6% delle denunce. La distanza tra i due ordini di grandezza misura quanta parte del fenomeno resta fuori dal riconoscimento medico-legale. E quel perimetro, come mostra il decennio appena trascorso, si muove.
L’età moltiplica le conseguenze, non gli eventi
Il fattore che tiene insieme le due dinamiche è demografico. Gli over 50 erano il 22,3% degli occupati nel 2005, nel 2025 sono il 41,9%, e il 20,3% degli over 55 dichiara problemi di salute che durano o dureranno oltre sei mesi, contro una media del 10,7%.
Sui dati INAIL l’effetto riguarda soprattutto la gravità. Gli over 55 sono il 26,9% degli occupati ma raccolgono il 66,8% delle denunce di malattia professionale del quadriennio, e pur pesando per il 20,7% degli infortuni denunciati concentrano il 44,9% dei casi con esito mortale. Con un effetto che lo studio definisce paradossale: i più anziani sono sovrarappresentati proprio nei mestieri operai, artigianali e agricoli, dove restano diffuse le esposizioni a temperature estreme, vibrazioni e fumi. Il caldo estremo, in dieci anni, è passato dal 27,3% al 32,7% dei lavoratori esposti.
Frequenza in calo e severità in crescita è una combinazione che i modelli tarati sul conteggio degli eventi restituiscono male.
Il tragitto casa-lavoro è l’unica voce che sale
Mentre gli infortuni in occasione di lavoro scendono del 19,5% tra il 2022 e il 2024, da 608mila a 490mila, quelli avvenuti nel tragitto casa-lavoro salgono dell’8,8%, da 95.463 a 103.831, e i dati provvisori del 2025 indicano un ulteriore incremento del 3,2%. Oggi l’in itinere vale il 19,3% delle denunce, contro il 13,6% del 2022, ma concentra il 27% dei casi con esito mortale. Gli over 55 sono il 21,1% degli infortunati sul tragitto e circa il 34% delle vittime.
Lo studio lo colloca all’incrocio tra mobilità e organizzazione del lavoro, più che nella sicurezza stradale: ritmi intensi, stress e disturbi del sonno riducono attenzione e tempi di reazione, e il tragitto percorso senza una reale decompressione è più esposto. Il contesto italiano amplifica il fenomeno, perché il 62,9% raggiunge il lavoro in auto e quasi l’80% degli occupati lavora sempre in sede, mentre in Europa il 34% ha qualche possibilità di lavorare da casa: non a caso al lavoro remoto e ibrido viene attribuito un effetto di contenimento della frequenza e dell’intensità dell’esposizione. Il perimetro del rischio esce così dai cancelli dell’azienda, e la leva che lo riduce è organizzativa prima che tecnica.
Dove il rischio si vede meno, il presidio è più debole
Il confronto per dimensione d’impresa smonta un’aspettativa consueta. Sopra i 50 addetti le esposizioni sono più alte sia sui fattori ergonomici (78,7% di attività ripetitive contro il 64,2% delle imprese sotto i 10 addetti) sia su quelli ambientali, e insieme lo sono i livelli di stress (89% contro 78,7%), disturbi del sonno e ansia. Il dato non va però letto come una maggiore capacità di tutela delle piccole: dove l’esposizione è meno percepita può calare anche l’attenzione a prevenzione e monitoraggio, proprio là dove le risorse organizzative sono più limitate.
Sedici milioni di iscritti e un accesso che segue il reddito
L’ultimo capitolo è quello in cui l’impresa diventa attore di tutela oltre il perimetro della sicurezza. Secondo il monitoraggio del Ministero della Salute i fondi sanitari integrativi attestati sono passati da 290 nel 2014 a 324 nel 2023, ma gli iscritti sono più che raddoppiati, da 6,9 a 16,3 milioni, e le prestazioni erogate valgono 3,24 miliardi di euro, oltre un miliardo in più rispetto a dieci anni prima.
La composizione dice di che mercato si tratta. Dei 324 fondi, 311 sono di tipologia B, quelli che intervengono su prestazioni già garantite dal sistema pubblico con funzione sostitutiva o complementare; solo 13 operano in logica realmente integrativa, con poco più di 23mila titolari iscritti, in contrazione. La crescita, quindi, costruisce un canale parallelo di accesso alle prestazioni esistenti più di quanto allarghi il paniere.
In dieci anni il rischio da lavoro si è spostato dal luogo alla persona e dal momento al tempo: meno eventi acuti, più patologie che si accumulano, una forza lavoro più anziana su cui ogni evento pesa di più, una domanda di salute che passa sempre più dal rapporto di lavoro ma si ferma dove il reddito è basso e l’impresa è piccola. Per chi valuta un profilo di rischio, età media degli addetti, turni, ripetitività delle mansioni e modalità di spostamento pesano ormai quanto la lavorazione. E quel rischio non si misura più contando quello che è successo l’anno scorso.











