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Home Editoriali

Il Paese che frana. E l’assicurazione che non c’è.

Salvatore Infantino di Salvatore Infantino
03/10/2026
A A
PNRR

C’è un numero che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque si occupi di risk management in questo Paese: 3,3 miliardi di euro. È quanto l’Italia spende ogni anno per riparare i danni causati dal dissesto idrogeologico. Non per prevenirlo. Per rattopparlo. E se si allarga lo sguardo fino a includere terremoti, incendi, mareggiate e siccità, il conto sale a 12 miliardi l’anno. Dodici miliardi che spariscono nell’emergenza, sottratti ogni volta alla possibilità di costruire qualcosa di duraturo.

Lo racconta con una chiarezza spietata un’inchiesta pubblicata da La Stampa il 4 maggio 2026, firmata da Luca Monticelli. Un pezzo che merita di essere letto, riletto e soprattutto discusso anche nel mondo assicurativo, perché racconta una storia che ci riguarda direttamente: quella di un Paese strutturalmente esposto al rischio, che ha scelto di non investire nella propria protezione anche quando ne aveva la possibilità concreta.

Il dato di partenza è già di per sé eloquente. Il 94,5% dei comuni italiani è esposto a frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera. Non stiamo parlando di aree marginali o di situazioni eccezionali: stiamo parlando di quasi tutta l’Italia. Un territorio che frana, esonda, brucia e sprofonda con una frequenza che non è più emergenza straordinaria ma routine sistemica.

Eppure, quando l’Europa ha messo sul tavolo la più grande dote finanziaria della storia repubblicana, 190 miliardi di euro attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, l’Italia ha destinato al dissesto idrogeologico appena 2 miliardi. Poco più dell’1% del totale. Una cifra che l’articolo definisce giustamente “quasi simbolica”, e che suona come un paradosso difficile da spiegare a qualsiasi analista del rischio.

Nel dettaglio, le misure del PNRR dedicate al dissesto si articolano in 500 milioni per un sistema avanzato di monitoraggio e previsione, e 1,49 miliardi per interventi contro alluvioni e frane, di cui 290 milioni destinati a Emilia-Romagna, Toscana e Marche e 1,2 miliardi per le aree colpite da calamità. Totale: 1,99 miliardi. Anche includendo voci accessorie, si resta di poco sopra i 2 miliardi.

Ma c’è un’altra cifra che brucia ancora di più. Lo Stato, dal 2010 al 2023, aveva già programmato 5,3 miliardi per il dissesto. Di questi, però, solo il 20% dei cantieri risulta concluso. L’Associazione dei Costruttori denuncia che su 21,6 miliardi stanziati negli ultimi 15 anni, di 24mila interventi finanziati per 19 miliardi, risultano conclusi cantieri solo per il 21% del totale. Il 29% non è ancora stato nemmeno avviato. I soldi c’erano. La volontà di spenderli bene, evidentemente, no.

Il perché lo spiega bene l’inchiesta: nella gestione del rischio idrogeologico in Italia sono coinvolti almeno 13 soggetti diversi, dai ministeri alle regioni, dalle Autorità di bacino ai consorzi di bonifica. Una frammentazione amministrativa che non è solo un problema burocratico, è un moltiplicatore di rischio. Perché dove non c’è una regia chiara, non ci sono nemmeno responsabilità definite, e senza responsabilità definite non esiste vera prevenzione.

E proprio qui entra in gioco la dimensione che più dovrebbe interessare chi ogni giorno lavora nel brokeraggio e nel risk management. Perché quello che l’articolo fotografa non è solo un fallimento della politica ambientale italiana. È il ritratto di un sistema-Paese che ha rinunciato a gestire il rischio in modo strutturale, preferendo inseguire l’emergenza a spese della prevenzione.

I numeri del 2026 sono emblematici. Solo nei primi tre mesi dell’anno, lo Stato ha già dovuto stanziare 1,2 miliardi di euro per far fronte alle emergenze del Centro-Sud: il ciclone Harry, le frane di Niscemi, il dissesto in Molise. Una cifra che supera già i 933 milioni previsti dalla legge di bilancio per tutte le emergenze dell’intero anno. Siamo a maggio e il budget emergenziale è già bruciato.

Questo schema si ripete da decenni con una costanza quasi meccanica: si spende poco in prevenzione, si spende moltissimo in riparazione, e ogni volta si riparte da zero. Secondo uno studio dell’ANCE, negli ultimi quindici anni la spesa per i danni da dissesto è triplicata, passando da 1 miliardo a 3,3 miliardi l’anno. Un trend in peggioramento che non si inverte con i bonus una tantum, ma solo con una politica di lungo respiro che evidentemente manca.

Per chi si occupa di assicurazioni e brokeraggio, questa fotografia impone alcune riflessioni scomode. Un territorio così diffusamente esposto al rischio, con una governance pubblica così frammentata e una capacità di spesa in prevenzione così limitata, è un territorio dove il trasferimento del rischio privato diventa non solo uno strumento commerciale ma una necessità sociale. Ma è anche un territorio dove il mercato assicurativo fatica a trovare equilibrio, perché la mancanza di prevenzione strutturale rende i rischi difficili da modellare, le perdite attese sempre più elevate e i premi sempre meno sostenibili per famiglie e imprese.

Il PNRR, come osserva lucidamente l’inchiesta di Monticelli, avrebbe potuto imporre un modello diverso: tempi certi, responsabilità chiare, monitoraggio digitale, programmazione di lungo periodo. Invece, proprio la misura più strutturale, 6 miliardi per la resilienza dei territori e l’efficienza energetica dei comuni, è stata eliminata in una delle successive rimodulazioni del piano. Un taglio che priva l’Italia di un capitolo che avrebbe potuto finanziare opere diffuse di prevenzione, e che lascia il Paese esattamente dove era: a rincorrere l’emergenza.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, interrogato in audizione parlamentare sul perché il PNRR non abbia inciso sul PIL, ha risposto che “il piano, in larga parte, ha finanziato spese già previste in bilancio”. Una risposta che dice tutto. Quell’enorme opportunità finanziaria non è stata usata per cambiare paradigma, ma per fare la stessa cosa di prima con i soldi degli altri.

Per chi lavora ogni giorno con il rischio, questa storia ha una morale precisa: in un Paese che non investe in prevenzione, il costo del rischio non sparisce, si sposta. Si sposta sulle famiglie che perdono la casa, sulle imprese che vedono distrutta la sede produttiva, sulle comunità che aspettano anni i rimborsi statali. E si sposta, sempre di più, su un mercato assicurativo chiamato a coprire ciò che la mano pubblica non riesce a proteggere.

È una responsabilità enorme. Ed è anche, va detto con onestà, una grande sfida professionale per tutto il settore.

Tags: AssicurazioniBroker AssicurativiCat Natdissesto idrogeologicoMercato AssicurativoPNRRprevenzione del rischiorischio ItaliaRisk Management
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