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Il Semestre della Quiete (Apparente): Catastrofi Naturali e Mercato Assicurativo nel 2026

Salvatore Infantino di Salvatore Infantino
05/10/2026
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catastrofi naturali 2026

Un’introduzione necessaria: quando i numeri raccontano solo metà della storia

Guardando i dati del primo semestre 2026 sul fronte delle catastrofi naturali, la tentazione immediata è quella di tirare un sospiro di sollievo. I numeri, a prima vista, sembrerebbero confortanti: perdite economiche globali stimate a 142 miliardi di dollari, il 10% al di sotto della media decennale di 159 miliardi, e perdite assicurate ferme a 46 miliardi, ben il 28% sotto la media degli ultimi dieci anni. Cinque trimestri consecutivi senza un singolo evento in grado di superare la soglia dei 10 miliardi di dollari di perdite assicurate. Un risultato che, sulla carta, potrebbe indurre a pensare che il settore stia attraversando una fase di relativa tranquillità.

Ma chi lavora ogni giorno nel brokeraggio e nel risk management sa benissimo che la realtà è quasi sempre più complessa di quanto i titoli suggeriscano. E il rapporto H1 2026 di Gallagher Re, che rappresenta la fonte principale di questa analisi, lo conferma con una chiarezza disarmante.

I numeri reali: un semestre sotto la media, ma non privo di tensioni

Il dato grezzo parla chiaro. I 142 miliardi di dollari di perdite economiche complessive da catastrofi naturali nel primo semestre 2026 rappresentano il totale più basso registrato dal 2020, quando ci si era fermati a 129 miliardi. Se si escludono i terremoti e altri eventi non atmosferici, il costo economico legato a fenomeni meteo e climatici scende a 104 miliardi, inferiore del 25% rispetto alla media decennale di 139 miliardi.

Sul versante assicurato, i 46 miliardi coprono appena il 32% delle perdite economiche totali, confermando un protection gap strutturale che rimane uno dei temi più urgenti e meno discussi dell’intero settore. Si sono registrati 30 eventi con perdite economiche superiori al miliardo di dollari, contro una media decennale di 33, e solo 11 eventi con perdite assicurate superiori alla stessa soglia, il dato più basso dal 2017.

Questi numeri, tuttavia, non devono generare false sicurezze. Come osserva Gallagher Re nel rapporto, perdite headline più contenute non equivalgono a una riduzione del rischio sistemico per i paesi e i loro cittadini. La volatilità persistente dei cosiddetti “non-peak perils”, ovvero i rischi non tradizionalmente dominanti come le tempeste convettive severe e le alluvioni, continua a erodere bilanci, a colpire comunità e a mettere alla prova la capacità di risposta del sistema assicurativo.

I cinque eventi che hanno segnato il semestre

Tra i principali episodi che hanno caratterizzato il primo semestre 2026, emergono con forza cinque eventi capaci di raccontare la complessità del panorama attuale.

Il terremoto del Venezuela del 24 giugno rappresenta senza dubbio il caso più drammatico. Una sequenza sismica composta da un’onda di Mw 7.2 seguita, appena 39 secondi dopo, da una scossa principale di Mw 7.5 ha colpito la fascia nord-centrale del paese, l’area più densamente popolata. La stima delle perdite economiche dirette elaborata dall’UNDRR supera i 37 miliardi di dollari, un valore che equivale a oltre il 30% del PIL venezuelano, stimato dalla Banca Mondiale intorno ai 120 miliardi nel 2024. Di queste perdite, soltanto circa 1 miliardo risulta coperto da assicurazione. Il protection gap è abissale, e il motivo è strutturale: anni di deterioramento economico, scarsa manutenzione delle infrastrutture, bassissima penetrazione assicurativa al di fuori dei grandi rischi commerciali. Un promemoria sobrio e doloroso su quanto il sistema finanziario globale fatichi ancora a raggiungere le popolazioni più vulnerabili.

In Europa, la stagione invernale ha portato con sé due tempeste di straordinaria intensità. La Tempesta Kristin, abbattutasi su Spagna e Portogallo tra il 27 e il 28 gennaio, ha generato perdite economiche per 7,15 miliardi di dollari, con danni assicurati di 1,6 miliardi. La Tempesta Leonardo, nota anche come Stephie, ha colpito la stessa area tra il 4 e il 6 febbraio causando 6 miliardi di danni economici, ma con una copertura assicurata di appena 200 milioni. Quest’ultimo dato è particolarmente significativo: mette in luce come in certi mercati europei, anche a fronte di eventi di grande impatto, la penetrazione assicurativa rimanga sorprendentemente bassa.

Negli Stati Uniti, il peril delle severe convective storms (SCS) ha confermato ancora una volta il suo ruolo di protagonista nelle perdite assicurate. L’outbreak del periodo tra il 22 aprile e il 1° maggio, caratterizzato da grandine distruttiva e almeno 112 tornado confermati incluso un EF4 a Enid, Oklahoma, ha generato perdite assicurate superiori a 4,2 miliardi di dollari. Un singolo episodio prolungato capace da solo di incidere in modo significativo sui risultati semestrali dell’intero settore.

Il paradosso delle SCS: il rischio che cresce nell’ombra

Vale la pena soffermarsi con attenzione sul tema delle tempeste convettive severe, perché rappresenta probabilmente il capitolo più rilevante per chi si occupa di risk management e brokeraggio assicurativo in questo momento storico.

Nel primo semestre 2026, le SCS hanno generato perdite assicurate minime di 26 miliardi di dollari negli Stati Uniti, classificando questo semestre come il settimo più costoso di sempre per questo peril, anche dopo aggiustamento inflazionistico. Eppure questo dato è inferiore alla media quinquennale recente di 38 miliardi. Il motivo? Il Texas, storicamente responsabile di oltre il 20% delle perdite annuali assicurate da SCS nel paese, è rimasto relativamente al riparo durante il semestre, contribuendo per soli circa il 15%. Una variazione geografica degli storm track che ha fatto la differenza di miliardi di dollari.

L’Illinois ha invece vissuto un semestre record, superando già entro metà giugno il proprio primato storico per numero di tornado in un anno solare, con almeno 179 eventi confermati. L’Indiana ha stabilito il proprio record annuale con 74 tornado, superando quello precedente del 2011. Si tratta di segnali che le dinamiche geografiche del rischio meteorologico negli Stati Uniti stanno evolvendo, con implicazioni dirette per la sottoscrizione, la tariffazione e la struttura dei programmi riassicurativi.

In Canada, la situazione è altrettanto indicativa. Le province delle Prairies, in particolare Manitoba e Saskatchewan, hanno subito una serie di eventi SCS in giugno che si prospettano tra i più costosi mai registrati per gli assicuratori locali. Il solo evento del 9 giugno ha generato oltre 28.000 sinistri a Manitoba Public Insurance, il record assoluto per un singolo evento meteorologico nella provincia. Un dato che racconta, meglio di qualsiasi analisi teorica, la rapidità con cui eventi estremi possono saturare la capacità di risposta del sistema.

L’onda di calore europea: il rischio invisibile che le assicurazioni faticano a quantificare

Tra tutti gli eventi del semestre, quello che merita forse la riflessione più profonda dal punto di vista assicurativo è la doppia ondata di calore che ha investito l’Europa occidentale e centrale in maggio e giugno. Due eventi di eccezionale intensità, entrambi alimentati da configurazioni atmosferiche di blocco con struttura a Omega, che hanno trasportato masse d’aria caldissima dal Nord Africa verso latitudini insolitamente alte.

In maggio, il Regno Unito ha stabilito un nuovo record nazionale per il mese con 35,1 gradi Celsius a Kew Gardens, mentre la Francia ha raggiunto 37,8 gradi. In giugno, la Francia ha registrato le giornate e le notti più calde dall’inizio delle rilevazioni ufficiali, con una temperatura massima media nazionale di 38,5 gradi il 24 giugno e punte di 44,3 gradi a Pissos. Almeno sette nazioni, tra cui Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Danimarca, Ungheria, Lussemburgo e Slovacchia, hanno stabilito nuovi record assoluti di temperatura.

Il bilancio umano è stato devastante. Più di 120 vittime durante l’ondata di maggio. Oltre 10.500 morti confermati durante quella di giugno, con Belgio, Germania, Francia e Spagna tra i paesi più colpiti. Numeri destinati a crescere con il progredire delle rilevazioni epidemiologiche.

Dal punto di vista assicurativo, le ondate di calore rappresentano un territorio ancora in gran parte inesplorato. Non generano perdite materiali dirette comparabili a quelle di un uragano o di un terremoto, ma producono impatti enormi in termini di sinistri sanitari, interruzione dell’attività, perdite agricole, stress sulle infrastrutture energetiche e degrado delle strutture edilizie. Il rapporto Gallagher Re sottolinea con precisione come i perils adiacenti al calore, tra cui siccità, subsidenza del suolo e incendi, siano destinati a diventare aree di crescente preoccupazione per l’industria riassicurativa. È un cambio di paradigma che i broker più avveduti farebbero bene a iniziare a incorporare nelle proprie analisi di rischio.

Il mercato riassicurativo: abbondanza di capitale, premi sotto pressione

Il contesto di perdite contenute nel primo semestre 2026 si inserisce in una fase di mercato che molti operatori definiscono “soft”, ovvero caratterizzata da abbondante disponibilità di capitale e conseguente pressione al ribasso sui prezzi. Gallagher Re, nel suo First View di luglio relativo ai rinnovi del 1° luglio, ha evidenziato come la capacità abbondante, gli utili elevati dei riassicuratori e le perdite catastrofali inferiori alla media abbiano continuato a spingere verso il basso i prezzi della riassicurazione property catastrophe. La crescita del capitale continua a superare la crescita dei premi, ampliando ulteriormente il divario tra offerta e domanda di protezione riassicurativa.

Dal 2022 a oggi, solo cinque eventi hanno superato la soglia dei 10 miliardi di dollari di perdite assicurate: l’uragano Ian nel 2022, Helene e Milton nel 2024 e i devastanti incendi di Palisades ed Eaton nel 2025. A titolo di confronto, tra il 2017 e il 2021 si erano verificati ben 13 eventi di questa portata, contribuendo al ciclo di mercato hard che ha caratterizzato quegli anni. L’assenza di grandi sinistri, combinata con la solidità dei bilanci di assicuratori e riassicuratori, sta alimentando un circolo virtuoso di breve periodo per i cessionari, ma pone domande strategiche di più lungo respiro.

Per i broker, questa fase di mercato presenta opportunità reali per i propri clienti in termini di condizioni e prezzi, ma richiede anche una capacità di lettura sofisticata delle dinamiche di rischio sottostante. Un mercato soft non significa rischi ridotti: significa rischi che, per un periodo, vengono prezzati meno di quanto la loro reale probabilità di accadimento richiederebbe.

El Niño all’orizzonte: la variabile che cambierà il secondo semestre

Nessuna analisi del panorama catastrofale 2026 sarebbe completa senza affrontare la variabile più significativa per il secondo semestre: l’arrivo ufficiale di El Niño, dichiarato dalla NOAA a giugno. I modelli di previsione globale convergono su uno scenario in cui questo potrebbe diventare uno degli eventi El Niño più intensi mai registrati, con un picco atteso entro fine anno. La probabilità di un’intensità classificata come “very strong” o “super” è stimata all’81%.

Le implicazioni per il settore sono rilevanti e complesse. Un El Niño intenso tende storicamente a ridurre l’attività degli uragani nell’Atlantico, ma ad amplificarla nel Pacifico occidentale. Colorado State University, partner di Gallagher Re, ha aggiornato la propria previsione per la stagione atlantica 2026 verso il basso, indicando 9 tempeste nominali, 4 uragani e 1 uragano maggiore, ben al di sotto della climatologia trentennale 1991-2020 che prevede rispettivamente 14, 7 e 3.

Tuttavia, come evidenzia con forza il rapporto Gallagher Re, El Niño non è un segnale binario di rischio ridotto. È una variabile che ridistribuisce il rischio geograficamente senza eliminarlo. Le analisi condotte con il partner Reask su set di dati sintetici mostrano che, in un contesto El Niño con Atlantico più caldo della norma, il rischio di landfall tende a spostarsi dal Golfo del Messico verso le coste del Mid-Atlantic e del Northeast americano, con anomalie positive a due cifre in stati come New Jersey e Delaware. Il 2004 rimane il caso di studio più citato: El Niño in atto, ma cinque uragani capaci di toccare terra negli Stati Uniti in una stagione che avrebbe dovuto essere “tranquilla”.

Il rischio non è scomparso: si è redistribuito dietro le medie

Quello che emerge con nettezza dall’analisi del primo semestre 2026 è una lezione che il settore assicurativo e il mondo del brokeraggio devono tenere bene a mente: i periodi di calma apparente sono esattamente il momento in cui si costruisce o si trascura la resilienza futura.

I bilanci degli assicuratori e dei riassicuratori sono solidi. Il capitale disponibile è abbondante. Le condizioni di mercato sono favorevoli per chi acquista copertura. Ma il rischio non è scomparso, si è semplicemente redistribuito, rinviato, celato dietro medie che nascondono code di distribuzione sempre più pesanti.

Il terremoto del Venezuela racconta di un protection gap che lascia interi paesi esposti senza rete. Le ondate di calore europee raccontano di un rischio emergente che i modelli tradizionali faticano ancora a catturare. Le severe convective storms raccontano di un peril che cresce silenziosamente, evento dopo evento, senza mai raggiungere la soglia dei 10 miliardi che catalizza l’attenzione mediatica, eppure capace di generare decine di miliardi di perdite semestrali con impressionante regolarità.

Per i professionisti del brokeraggio e del risk management, questo semestre non è una notizia rassicurante. È un invito a riflettere in profondità, a non abbassare la guardia, a continuare a porre le domande difficili sui portafogli dei propri clienti. Perché il rischio, come insegna la storia delle catastrofi naturali, non chiede mai il permesso prima di presentarsi.

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